L’amico di oggi diventa il nemico di domani

La guerra digitale rischia di farci soccombere attesi i labili equilibri fra gli Stati europei e le fratture, ormai insanabili, con gli Usa e non solo.

In ogni epoca la guerra si combatte con gli “arnesi” che si hanno a disposizione. Col trionfo della tecnologia non poteva che trasformarsi in digitale. Basti pensare alla cosiddetta “guerra ibrida” che unisce tattiche militari tradizionali, operazioni di sabotaggio e attacchi informatici a campagne di disinformazione.

Viene impiegata per destabilizzare uno Stato avversario dall’interno e fiaccarne la resistenza senza dichiarare formalmente guerra. Gli elementi con cui si manifesta sono vari, tra cui: utilizzo di hacker, spesso finanziati o tollerati dagli Stati per paralizzare infrastrutture critiche (centrali elettriche, ospedali, sistemi bancari); disinformazione e guerra cognitiva, con manipolazione sistematica delle informazioni sui social media e sul web (diffusione di fake news).

L’obiettivo non è imporre una sola verità ma confondere i cittadini, polarizzare il dibattito pubblico e minare la fiducia nelle istituzioni democratiche; pressione economica e geopolitica, con un uso strumentale delle risorse, come il blocco delle esportazioni o la chiusura di gasdotti, per ricattare economicamente gli avversari.

Un esempio storico e moderno di pressione include le crisi migratorie create ad arte ai confini degli Stati; sabotaggi e operazioni clandestine, con cui si danneggiano infrastrutture fisiche (gasdotti sottomarini, cavi di comunicazione in fibra ottica, ferrovie) condotte da agenti segreti o forze non in uniforme, rendendo difficile l’attribuzione ufficiale della responsabilità. 

L’obiettivo di questa strategia è di agire costantemente appena al di sotto della soglia di un conflitto armato dichiarato. Questa ambiguità paralizza le reazioni istituzionali, poiché non esiste un singolo atto bellico evidente che giustifichi una dichiarazione di guerra formale. Con tutti i conflitti in corso (Ucraina, Medio Oriente) e le instabilità in altre parti del mondo (Cina e Taiwan) il contesto geopolitico è sempre più incontrollabile.

Basta un click per scatenare il finimondo

L’Europa rischia di essere la vittima sacrificale di questo scenario, a causa della dismissione degli USA dalla NATO, per cui si sente orfana del padre protettore. In una conferenza stampa tenutasi il 19 maggio a Berlino, il dipartimento aziendale per le relazioni istituzionali e la diplomazia cibernetica di Eset, nota azienda di sicurezza informatica, ha evidenziato l’estrema friabilità dei rapporti tra Stati. L’amico di oggi può diventare il nemico di domani.

Il caso emblematico sono gli USA, tra dazi, rimproveri, minacce ad altri Stati, Groenlandia. Il problema è che sono in possesso dei codici dei sistemi digitali di aziende e soggetti privati e pubblici in Europa. Dunque in grado di bloccare interi settori produttivi e amministrativi. Oltre agli Stati Uniti, l’Europa deve guardarsi le spalle dalla Cina, che ha accentuato gli attacchi hacker di spionaggio industriale. Un altro aspetto critico è che le infrastrutture digitali sono gestite da privati, così come le tecnologie per offendere.

La guerra ibrida sta coinvolgendo, quindi, sempre di più hacker non istituzionali. La storia si ripete. Nel XVI secolo molti Stati ingaggiavano navi pirata per attaccare quelle delle altre nazioni. I nuovi pirati potrebbero essere aziende private che effettuano attacchi di vera e propria guerra informatica.

D’altronde sarebbe uno sviluppo supplementare di fatti già accaduti ovvero quando la polizia giudiziaria si è avvalsa di supporti esterni per sciogliere infrastrutture di gruppi criminali. In tutto questo spreco di energie forse sarebbe stato meglio restare al tempo della clava…