Bisognerebbe riscoprire l’antica concezione dell’ozio, concepito non come tempo sprecato ma liberato, ovvero attitudine meditativa dell’esistenza.
Le ferie sono sempre troppo poche. Nel dibattito pubblico si discute molto di settimana corta, un modello di organizzazione del lavoro che prevede una riduzione dei giorni lavorativi da cinque a quattro, senza tagli allo stipendio. Non si tratta di generosità da parte dei datori di lavoro ma di una valutazione economica perché si è constatato che migliorando la qualità della vita dei lavoratori cresce la produttività delle imprese.
A questo argomento se ne è aggiunto un altro: l’aumento dei giorni di ferie retribuite. Secondo la legislazione vigente le ferie sono un periodo di riposo, di vacanza, festivo o no. Si tratta di un diritto irrinunciabile del lavoratore, previsto, insieme al riposo settimanale, dalla Costituzione all’art. 36, per consentire il reintegro delle energie psicofisiche spese dal lavoratore nel corso dell’attività produttiva.
La locuzione “ferie” deriva dal latino “feriae” i giorni in cui, nell’antica Roma, era vietato lavorare. Erano giornate di festa, celebrazione e cazzeggio puro dedicati agli dei. Che non sia una banalità è confermata dallo studio “Maximizing Recovery: The Superiority of Frequent Vacations for Well-Being and Performance”, pubblicata nel luglio 2025, in cui si afferma che le ferie previste sono poche rispetto a quelle consigliate dalla scienza.
Non c’è un numero preciso ma basta andare in ferie una settimana ogni due mesi. Non c’è bisogno di fare viaggi strabilianti ma è necessario staccare dal lavoro più volte di quanto capita ora. Il modello standard di ferie, a cui come bravi soldatini abbiamo aderito tutti, si è concentrato sulla programmazione nel mese di agosto.
Con effetti molto improduttivi: innanzitutto economici, poi per la presenza massiccia di vacanzieri con il relativo caos che riproduce quello vissuto durante l’anno. Inoltre le 2, massimo 3 settimane di ferie sono poco efficaci per il recupero psico-fisico del lavoratore. I ricercatori hanno invitato aziende e istituzioni a favorire le ferie cadenzate perché cala lo stress e migliora le prestazioni.

Per mettere in atto questo proposito è necessario un cambiamento radicale del paradigma culturale del lavoro. Il problema di fondo è che si è fagocitati da un meccanismo perverso, sia quando si lavora che quando si è in vacanza. Come se anche le ferie fossero una sorta di imposizione coatta per cui bisogna farle e divertirsi.
Invece è nota alla maggioranza delle persone, la cosiddetta “sindrome del rientro”. Quando finiscono le vacanze l’immersione improvvisa nella quotidianità, sia sul piano emotivo, sia su quello fisico, con tutte le responsabilità e preoccupazioni connesse, può provocare un diffuso senso di malessere. Questa sindrome si caratterizza per la comparsa di sintomi depressivi e/o ansiosi che possono insorgere immediatamente dopo il rientro.
Tornare al lavoro, allo studio o alle normali attività quotidiane è una sfida per tutti ma per alcuni risulta particolarmente faticoso. E’ incomprensibile ai più che il ritorno a casa debba causare queste sofferenze. Forse ci si è rilassati poco e anche in ferie si entra in un meccanismo tritatutto, per cui non si riesce a godere nemmeno il riposo?
Bisognerebbe riscoprire l’antica concezione dell’ozio, concepito non come tempo sprecato ma liberato, ovvero attitudine meditativa dell’esistenza. Contemplazione, dunque, per riscoprire l’autentica essenza dell’uomo.