Il petrolio sale? E noi torniamo al carbone

Una scelta scellerata che non ha giustificazioni dal punto di vista economico e che produrrà effetti nefasti sull’ambiente. Torniamo indietro al posto di andare avanti.

La crisi energetica si combatte col ritorno al carbone! La recente guerra in Iran ha provocato una crisi energetica globale principalmente a causa della minaccia di bloccare lo Stretto di Hormuz, un passaggio cruciale da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente (Arabia Saudita, Qatar, Bahrein) hanno causato un’impennata dei prezzi del greggio.

Il governo italiano ha risposto col taumaturgico “decreto bollette”, con cui si prevede di investire circa 5 miliardi su energia, tutela dei consumatori e regole di mercato, aiuti immediati per le famiglie più fragili e nuovi bonus selettivi. Tra i punti più controversi del decreto c’è il rinvio dell’uscita dal carbone al 2038, il combustibile fossile più inquinante.

La “ratio” di questa decisione è l’esigenza di assicurarsi un minimo di sicurezza energetica in un contesto internazionale turbolento. Le centrali esistenti diventano di fatto una riserva strategica. Secondo il governo non si poteva fare altro per non subire rialzi sui prezzi. Dal punto di vista ambientale è un decisivo passo indietro. Come scegliere tra una terapia di lungo periodo, efficace ma lenta e una immediata, in apparenza positiva ma letale.

E’ un po’ scavarsi la fossa con le proprie mani, anche perché gli impianti esistenti sono obsoleti e rimetterli in funzione richiede tempo e denaro. La narrazione corrente parla di “scelta emergenziale”, ma nel nostro Paese l’emergenza diventa, spesso, ordinaria. Le 4 centrali a carbone esistenti sul territorio nazionale si trovano a Brindisi, di proprietà di Enel; a Civitavecchia, di proprietà di Enel; in Sardegna, una a Fiume Santo, di proprietà di EP e l’altra a Portovesme di proprietà di Enel. Anche gli USA hanno attuato una mossa del genere e noi abbiamo seguito la scia.

A proposito di sudditanza dell’Italia al governo statunitense. Le centrali a carbone ancora in attività dovevano passare a miglior vita entro il 31 dicembre dello scorso anno. Forse non è stato fatto, poiché visti i rapporti privilegiati con Israele e USA e le tensioni in Medio Oriente, l’Italia era a conoscenza che il 28 febbraio ci sarebbe stato l’attacco congiunto, USA e Israele, all’Iran. Prevenire è meglio che curare! In Italia l’uso del carbone costituisce il 2% dell’energia utilizzata, mentre per il 35% si importa dall’estero gas per produrre energia elettrica.

Carbone: macchine indietro tutta e si continua a morire

Questo è uno dei motivi per cui il costo dell’energia è alto ma l’iniziativa del governo potrebbe rivelarsi inefficace perché ridurrebbe gli investimenti per le fonti alternative. Inoltre nemmeno dal punto di vista economico potrebbe essere una scelta indovinata, a causa delle variazioni di prezzo del carbone. Quindi per salvaguardare l’immediato, il particolare, si mette in secondo piano l’interesse collettivo, il generale.

Una sorta di “buco nell’acqua” che rischia di non ottenere risultati soddisfacenti nel lungo periodo. Oppure una strategia perversa per alleggerire il peso delle pensioni. Visti l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dell’età media, una dipartita di molti anziani a causa delle malattie (respiratorie, cardiovascolari, tumori) causate dall’inquinamento da fonti fossili, potrebbe essere una soluzione.

Aumenterebbero i posti al cimitero, con guadagni per le onoranze funebri, mentre diminuirebbe la spesa per le pensioni. Due piccioni con una fava, così si alimenta l’economia.