Turni disumani tra le 10 e le 12 ore al giorno per una paga base di appena tre euro l’ora. Vivono in alloggi fatiscenti e sovraffollati. E a controllare l’esercito di diseredati c’è il braccio armato dei clan.
Palermo – Lavorano tra le 10 e le 12 ore al giorno, guadagnando appena 3 euro all’ora, senza pause, per tutta la settimana, inclusi i giorni festivi. Sotto il sole cocente o la pioggia battente, si dedicano alla raccolta di uva, olive, arance, pomodorini, mandorle e ortaggi. La maggior parte di loro è impiegata senza un regolare contratto e vive in condizioni precarie, pagando tra i 100 e i 150 euro per un posto letto in strutture fatiscenti vicino ai campi di raccolta.
A tracciare la mappa dello sfruttamento della manodopera migrante sull’isola è un articolo di PalermoToday firmato da Concetta Rizzo, ricco di dati e precisi riferimenti alle condizioni di marginalità imposte agli stranieri provincia per provincia. In Sicilia, un terzo della manodopera agricola è composta da stranieri: su un totale di 148.986 lavoratori, 34.555 provengono da Tunisia, Marocco, Senegal e da vari Paesi dell’Unione Europea. Secondo dati regionali sulla trasparenza e la prevenzione della corruzione, il 90% dei contratti agricoli dura tra 101 e 150 giornate. Tuttavia, nel 2021 si è registrato un aumento del 10% dei contratti inferiori ai 50 giorni, un dato che lascia sospettare un incremento del lavoro sommerso, in cui le ore effettivamente lavorate superano quelle dichiarate. Si tratta di una forma di sfruttamento in cui datori di lavoro e caporali approfittano della vulnerabilità dei migranti, spesso privi di conoscenza della lingua e delle normative italiane.
A Palermo, molti migranti provenienti da Gambia, Ghana, Guinea e Nigeria trovano impiego occasionale nella ristorazione e nel commercio. Chi invece si stabilisce nelle province, come Agrigento e Trapani, lavora prevalentemente nei campi. Nel Trapanese, ad esempio, dove i migranti rappresentano il 4,7% della popolazione (20.576 persone), la richiesta di braccianti aumenta tra agosto e novembre per la vendemmia e la raccolta delle olive. Ad Agrigento, che conta 14.723 stranieri (3,3% della popolazione), molti migranti vengono assunti con contratti regolari poco prima del rinnovo del permesso di soggiorno, ma spesso devono restituire parte della loro paga ai datori di lavoro per coprire i contributi, sotto minaccia di perdere il permesso di soggiorno.
Nel Nisseno, con 7.137 migranti residenti (2,7% della popolazione), il caporalato è un fenomeno diffuso e coinvolge in particolare lavoratori somali impiegati nelle serre. Le condizioni di lavoro sono disumane, con turni che iniziano alle 3 del mattino e terminano alle 19. Anche a Messina, dove gli stranieri rappresentano il 4,1% della popolazione (27.100 persone), il settore florovivaistico impiega numerosi migranti, che vivono spesso in alloggi sovraffollati e fatiscenti.
Nel Catanese, che conta 32.741 migranti (2,9%), la manodopera straniera è impiegata non solo in agricoltura, ma anche nei servizi alla persona, nell’edilizia e nella ristorazione. Tuttavia, nelle campagne e nella Piana di Catania, molti lavoratori vivono in insediamenti di fortuna. A Enna, con 3.807 stranieri residenti (2,3%), i braccianti agricoli sono concentrati soprattutto a Barrafranca, dove alloggiano in strutture precarie fornite dagli stessi datori di lavoro.
A Siracusa, dove la presenza straniera raggiunge il 3,7% (14.925 persone), si è diffusa una nuova forma di caporalato: cooperative create ad hoc per il periodo della raccolta vengono poi chiuse o fatte fallire per eludere il pagamento di contributi e salari. Ogni anno, circa 300 lavoratori marocchini sono impiegati nella semina, mentre da febbraio arrivano braccianti sudanesi, senegalesi e gambiani per la raccolta di patate, fragole e meloni. Tuttavia, l’aumento stagionale dei braccianti crea problemi abitativi, con centinaia di lavoratori costretti a dormire nei campi o in edifici abbandonati.
Nel Ragusano, dove gli stranieri rappresentano il 9,8% della popolazione (31.633 persone), il lavoro nelle serre è continuo tutto l’anno. Molti tunisini risiedono nel centro cittadino, ma la maggior parte vive nelle campagne, in condizioni precarie per ridurre le spese. Anche qui sono diffusi i contratti fittizi e gli alloggi sovraffollati.
La cabina di regia regionale ha individuato 45 insediamenti ufficiali e 53 insediamenti informali, concentrati soprattutto nelle province di Ragusa, Trapani, Catania, Agrigento, Palermo, Caltanissetta ed Enna. Nel 2023, grazie ai fondi del PNRR, sono stati stanziati 35 milioni di euro per migliorare le condizioni abitative dei lavoratori stagionali e potenziare i trasporti. Otto comuni siciliani hanno ottenuto finanziamenti per contrastare il degrado degli insediamenti informali. Secondo i sindacati, garantire condizioni di accoglienza dignitose è fondamentale per combattere lo sfruttamento lavorativo e il caporalato.
Molti braccianti provengono dai centri di accoglienza o ne sono appena usciti, trovando rifugio in insediamenti vicini alle strutture per poter accedere a servizi essenziali. Tuttavia, queste aree sono spesso oggetto di sgomberi da parte delle autorità, poiché vi risiedono migranti privi di regolare permesso di soggiorno.
Il fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori agricoli si perpetua grazie all’omertà diffusa e alla presenza di organizzazioni criminali che garantiscono un controllo capillare della manodopera. Secondo l’ex procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, per gestire una forza lavoro così estesa è necessario avere forti protezioni e una rete di silenzio che impedisce denunce ed esposti. Questo sistema danneggia non solo i migranti, ma anche i lavoratori locali, alterando le dinamiche del mercato del lavoro e favorendo l’illegalità.