Uno Bianca, il fratello di Stefanini: “Le interviste tv sono solo uno strumento per alleggerire le condanne”

I familiari delle vittime contro le comparsate televisive dei Savi: “Se hanno qualcosa da dire, lo dicano ai magistrati”.

Bologna – Sette anni. Per sette anni una banda armata ha seminato terrore tra Bologna e Rimini, lasciando sul campo 24 morti e decine di feriti. Sette anni in cui nessuno li ha fermati, nessuno li ha traditi, nessuno li ha visti, o almeno così vuole la versione ufficiale. Ora, a oltre trent’anni dall’arresto, Fabio e Roberto Savi tornano a parlare. Non davanti a un magistrato, non in un’aula di tribunale, ma sotto i riflettori della televisione. E le loro storie non coincidono.

Roberto dice che la banda aveva contatti con i servizi segreti. Fabio nega tutto: nessuna copertura, nessuna regia esterna, solo una banda di rapinatori che uccideva nei cosiddetti “casi estremi”. Peccato che quei casi estremi fossero diventati una routine. La contraddizione tra i due fratelli non è un dettaglio secondario. È il cuore del problema. Se mentono entrambi, la verità è ancora sepolta. Se mente uno solo, l’altro sa qualcosa che non ha ancora detto. In entrambi i casi, il salotto televisivo forse non è il posto più idoneo per cercare la verità.

Alessandro Stefanini ha perso suo fratello Otello la sera del 4 gennaio 1991, al Pilastro. Otello aveva poco più di vent’anni, come i colleghi Mauro Mitilini e Andrea Moneta, caduti con lui. Da allora Alessandro porta avanti una domanda sola, ostinata, che nessuna sentenza ha ancora del tutto spento: la banda ha agito davvero da sola? La sua risposta, maturata in decenni di riflessione, è no. Una banda che opera indisturbata per anni, sempre negli stessi territori, sempre con gli stessi metodi, avrebbe avuto bisogno di qualcosa di più della semplice fortuna. Avrebbe avuto bisogno di silenzio intorno. E il silenzio, di solito, qualcuno lo compra.

C’è qualcosa di stonato nel vedere gli autori di una delle stagioni più sanguinose della criminalità italiana trasformati in ospiti televisivi, con tanto di primo piano e minutaggio garantito. Non è questione di censura, è questione di contesto. Le parole dette in tv non hanno valore processuale. Non vengono verbalizzate, non possono essere contestate sotto giuramento, non alimentano fascicoli. Servono ad altro: a costruire un’immagine, a ottenere visibilità, forse a preparare il terreno per qualche futura istanza di revisione della pena.

La Procura di Bologna ha già acquisito l’intervista di Roberto Savi a Belve Crime e farà lo stesso con quella di Fabio a Quarto Grado. È un atto dovuto, non una prova che quelle dichiarazioni valgano qualcosa. Vale di più, molto di più, il fatto che Fabio Savi abbia scritto alla Procura chiedendo di essere sentito nell’ambito delle indagini in corso. Quella è la sede giusta. Lì le parole pesano. La procuratrice aggiunta Lucia Russo e il sostituto Andrea De Feis sentiranno tutti i componenti della banda: è un segnale che le indagini restano aperte, come riportato da Repubblica.

Al Pilastro, ogni anno, qualcuno porta ancora i fiori. Otello Stefanini, Mauro Mitilini, Andrea Moneta: tre ragazzi in divisa, ammazzati in una notte di gennaio da persone che non avevano mai incontrato prima. I loro nomi aspettano ancora una verità documentata, processuale, che regga in piedi, come dice Alessandro Stefanini, con la pazienza lenta e dura di chi attende da trentacinque anni.