Tre innocenti, 40 colpi e un’auto sbagliata: la strage dei ragazzi del pastificio

Il 20 luglio 1998 la camorra trucidava Alberto, Rosario e Salvatore per un tragico scambio di persona. A 28 anni di distanza, la loro speranza vive sui terreni confiscati ai clan.

Napoli – Erano tre bravi ragazzi, con davanti l’intera vita e il sogno di un posto fisso. Alberto Vallefuoco, Rosario Flaminio e Salvatore De Falco furono trucidati il 20 luglio del 1998 davanti al bar Manila di Pomigliano d’Arco, mentre finivano la pausa pranzo. Nessuno dei tre aveva nulla a che fare con la camorra: morirono per un tragico scambio di persona, confusi per emissari di un clan rivale.

Faceva un caldo torrido quel pomeriggio d’estate. I tre giovani avevano da poco firmato, nel febbraio di quello stesso anno, un contratto di “borsa lavoro” al pastificio Russo: ottocentomila lire al mese e la speranza, un giorno, di un’assunzione definitiva. Un miraggio, in una terra dove il lavoro non si trova. Poco prima delle 14, si erano fermati come sempre davanti allo Chalet Manila, a un centinaio di metri dall’azienda. Un caffè veloce, due chiacchiere, poi di nuovo al lavoro.

Alberto Vallefuoco, Rosario Flaminio, Salvatore De Falco, tre giovani innocenti uccisi dalla camorra.

Non ne ebbero il tempo. Una Lancia Y affiancò l’auto di Salvatore. Ne uscì una pioggia di piombo: oltre quaranta colpi di revolver e kalashnikov esplosi da almeno quattro killer incappucciati. Alberto e Rosario stavano per salire in macchina e furono uccisi all’istante. Salvatore, qualche passo indietro, tentò la fuga ma fu raggiunto e finito senza pietà. Rimase ferita di striscio anche la cassiera del bar, che se la cavò.

Gli inquirenti capirono subito che si trattava di killer professionisti, di un agguato in pieno stile camorristico. Ma non trovavano alcun legame tra i clan e la vita pulita di quei tre ragazzi, senza una macchia in ventiquattro anni. L’ipotesi più clamorosa si rivelò quella vera: uno scambio di persona. Quella Y10 era maledettamente simile all’auto di tre affiliati di un clan rivale che quel pomeriggio avrebbero dovuto morire. A confermarlo fu poi il pentito Carmine Franzese: era l’ennesimo atto della faida tra i clan per il controllo del territorio.

Per quella strage furono condannati all’ergastolo Modestino Cirella, Giovanni Musone, Pasquale Cirillo, Pasquale Pelliccia e Cuono Piccolo. Franzese ebbe 22 anni. Ma nessuna sentenza ha mai potuto ricucire lo strappo. La loro memoria è oggi affidata a una cooperativa che porta le loro iniziali – A.R.S., Alberto, Rosario e Salvatore – nata su un terreno confiscato alla camorra.

A.R.S. è l’acronimo dei tre nomi; ’obiettivo è non dimenticare chi è vittima innocente della violenza della camorra.