PECHINO CHIAMA WASHINGTON RISPONDE

Le due grandi potenze, agli antipodi per fede politica e concetto di Stato non lo sarebbero per quanto attiene la politica economica. L’Europa, di contro, ha bisogno di entrambe, adesso più che mai, per sopravvivere alle gravi bordate della pandemia

Cina, Stati Uniti ed Europa. La partita economica per l’egemonia internazionale sembra avere tre grandi protagonisti principali. Ognuno di essi con una strategia ben precisa, ognuno con un presunto asso nella manica pronto a ribaltare le regole del gioco. Prima di tutto dovremmo farci una domanda: ma è proprio vero che Usa e Cina siano acerrimi nemici dal punto di vista commerciale? O l’interconnessione finanziaria ha imposto un riavvicinamento a debita distanza?

“…Partiamo dal presupposto – spiega il prof Gian Cesare Romagnoli, docente di Politica Economica presso l’ateneo di Roma Tre – che prevedere gli effetti della crisi non è semplice. Gli economisti possono fare delle previsioni in base ai dati a loro disposizione, ma non sono degli indovini. A prescindere dal Coronavirus, è opinione di molti pensare che la crescita cinese stia transitando in una fase di stallo. Dopo essere stata per oltre un decennio con medie di crescita vicine al 10% attualmente si aggira intorno al 6%. È comunque un numero molto grande se comparato con quella dell’Unione Europea che si attesta intorno a un decimo di quella del “mostro” asiatico. Uno dei motivi per cui la crescita cinese è diminuita è legato al differente modello economico adottato. Fino a qualche anno fa l’economia cinese era trainata dalle esportazioni e dagli investimenti. Ma con il crescere del benessere e con l’incremento della domanda interna, il governo di Pechino ha deciso di fare un passaggio importante, transitando da un modello Export led a uno  Import substitution. Cioè si è passato dalle esportazioni alla produzione di beni sostitutivi. Non si produce più per esportare, ma per diminuire le importazioni. Questo passaggio però pone dei prezzi da pagare: crescita più lenta e cessione della sua competitività rispetto a tutte le altre “tigri asiatiche”. Sostanzialmente i servizi privati hanno assunto maggiore centralità nelle politiche del governo, evitando così la regressione che precedentemente ha colpito il Giappone o la Corea del Sud…”.

Ma se da una parte la Cina ha dovuto mettere i remi in barca pensando più al benessere interno per evitare una regressione totale, dall’altra ha cercato di compensare con una maggiore propensione per gli investimenti esteri.

“La Cina sta realizzando una fitta rete di rapporti con tutto il mondo – aggiunge Romagnoli – partendo proprio dai Paesi limitrofi. Esiste un motto cinese che dice: “La Cina potrà salvarsi solo se eviterà di svegliarsi da sola”. La Via della Seta, ad esempio, ha una triplice direzione e alla base di tale espansione c’è il cosiddetto soft power. Questo potere viene esercitato attraverso gli aiuti che generano una massiccia rete di alleanze. La strategia  è stata utilizzata la prima volta con l’Australia, e successivamente è proseguita in Africa. Adesso è la volta dei Balcani. Una delle cose che la Cina pretende dai Paesi alleati, è l’inserimento dello studio della lingua di Pechino nelle scuole locali. Questo ci fa capire come il progetto venga concepito sul lungo periodo…”.

Come si pone, dunque, l’Europa nei confronti di una potenza così vicina e, nello stesso tempo, tanto intraprendente?:

“…Prima della crisi del 2008 – conclude Romagnoli – la Cina, che fa parte di un gruppo di Paesi che mirano alla de-dollarizzazione del commercio internazionale, ha pensato di trovare una strada breve: quella di promuovere l’euro. Con l’aumento delle riserve auree si sarebbe compresso lo spazio vitale del dollaro. Infatti, l’euro nei primi dieci anni dalla sua esistenza ha avuto molto successo. Pensiamo soltanto che la Banca Centrale Cinese dispone di 3.000 miliardi d’euro nelle sue casse. L’idea di Pechino era quella di fare una diversificazione delle sue riserve, vendendo dollari e acquistando euro. Per una serie di cause, però, che possono essere diplomatiche, l’Europa politica non ha accettato la sfida lanciata dalla Cina contro il dollaro. A quel punto è subentrata la crisi economica, che pur essendo nata in America, ha finito per rivitalizzare il dollaro stesso. Infatti, dal 2008 la crescita americana è tornata su livelli del 4% diminuendo consistentemente anche la disoccupazione. La debacle europea (figlia di una recessione di secondo livello, per cui la crisi delle banche è stata evitata dai finanziamenti statali ai medesimi istituti di credito, producendo nuovi debiti che si sono trasformati nelle passività pubbliche e nei debiti sovrani), ha portato la Cina a comprendere che l’euro non fosse in grado di accettare la sfida e ha deciso di tendere la mano e salvare il dollaro intensificandone il commercio con gli stessi Sati Uniti. Quindi, alla domanda chi ha salvato il mercato cinese? La risposa è: gli Stati Uniti…”.

La crisi economica che attualmente si sta abbattendo sull’Europa con una violenza inaudita potrebbe, da una parte, aprire l’economia internazionale verso nuove sfide, magari portando l’Europa stessa a prendere in considerazione, ex novo, le vecchie avance cinesi, dall’altra, fortificare ancor di più i rapporti economici tra Cina e Usa. In questo secondo caso, l’Unione Europea si troverebbe ancora una volta davanti a una deflessione dei mercati molto pericolosa, forse ancor peggiore rispetto alla precedente. In quel caso le prospettive potrebbero essere le più disparate. Tutto questo potrebbe provocare la fine della supremazia della Bce nel Vecchio Continente?

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