E quando il lavoro c’è gli ostacoli non mancano specie quando entrano in azienda. Maternità e assistenza familiare fanno il resto.
Solo 1/5 delle donne lavorano nell’Internet Comunication Technology (ICT). La discriminazione nel mondo del lavoro nei confronti delle donne è un fatto, purtroppo, acclarato. Non poteva sfuggire a questa tendenza, strutturalmente sessista, il settore dell’ICT. Infatti solo il 20% è la quota di donne che vi lavorano. Eppure il numero di laureate nelle discipline scientifico-tecnologiche STEM (Science, Technology, Engineering Mathematics) è in leggera crescita e la domanda da parte delle imprese è elevata.
Al contrario, il rischio è di non reperire personale qualificato in futuro. Secondo il rapporto “Women in Digital” (WiD), un’analisi per monitorare la parità di genere nel settore digitale in Europa, i primi impedimenti si palesano appena varcata la soglia del mercato del lavoro poiché, per quanto ci sia un buon numero di laureate, dopo qualche anno molte abbandonano a causa delle discriminazioni di genere.
Coloro che resistono, spesso, vengono sovraccaricate di incombenze non retribuite, come la gestione dei conflitti negli staff di lavoro. Nel dicembre scorso è stato pubblicato lo studio “Women in tech and AI in Europe”, a cura di MecKinsey, una prestigiosa società di consulenza strategica e manageriale statunitense. Si tratta di un report dettagliato sulla rappresentanza femminile nel settore tecnologico europeo, evidenziando un divario inaspritosi con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale (IA).
Malgrado l’ascesa dell’ICT nell’ultimo decennio, l’occupazione femminile nel settore continua a calare. Gli ostacoli si presentano non tanto nel percorso di studio piuttosto quando entrano in azienda, su cui sembra essere incisa la famosa frase “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate“, il celebre verso del Canto III dell’Inferno di Dante Alighieri, posto come iscrizione finale sulla porta della città dolente.
Ammonisce le anime dannate sull’eternità delle pene e sull’assenza di redenzione, segnando un punto di non ritorno per chi entra nel regno degli inferi. Nel caso in questione è un ammonimento a nutrire poche speranze di carriera. A rendere più difficile il percorso sono la maternità e l’assistenza famigliare, per cui ci sono diversi periodi sabbatici, per così dire. In seguito a questi eventi si sviluppa la convinzione che, una volta rientrati nel mondo del lavoro, non si riesca a rispettare il ciclo di crescita del settore.

I livelli manageriali, poi, sembrano ostruiti all’ingresso femminile, come rivelano gli indicatori EIGE, che misurano il progresso dell’uguaglianza tra donne e uomini nell’UE. Tali indicatori assegnano un punteggio da 1 a 100 basato su dati Eurostat e fonti europee, analizzando 6 aree chiave: lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere, salute. Se la disparità è comune a tutti i Paesi dell’UE, le differenze sono evidenti nei progetti per migliorare lo status quo.
Nei Paesi del Nord-Europa (vatti a sbagliare) e in Irlanda le offerte formative ICT sono affiancate da programmi di sostegno alla maternità e di trasmissione delle conoscenze tra chi è più esperto e chi non lo è. E in Italia?
Beh è quasi in fondo alla classifica, appena sopra Ungheria, Malta e Slovacchia, con percentuali molto basse in tutti gli indicatori di riferimento. Che Bel Paese.