MOSSE ECONOMICHE DIETRO IL VIRUS DEL SECOLO?

In Italia le vittime della strada e quelle sul lavoro superano i decessi da Coronavirus ma quest’ultimo ha creato occasione di enormi speculazioni nel silenzio colpevole dei governi e dei loro sodali

Milano – Non vogliamo minimizzare l’emergenza sanitaria prodotta dal Coronavirus, anche perché sarebbe un atto irrispettoso nei confronti delle vittime. Però, al medesimo tempo, urge affrontare il problema contemplando una visione più ampia, che permetta di fuoriuscire dalla dimensione allarmistica e psicotica attuale onde svilupparne una maggiormente organica. Secondo l’istituto di ricerca universitario Johns Hopkins le vittime del Covid-19 attualmente sono arrivate a toccare la cifra di 3.198, al momento della pubblicazione, che se messe in relazione al numero complessivo di abitanti sulla terra, circa 7.000.000.000, rappresentano lo 0,000000456 della popolazione globale. Una percentuale relativamente esigua e certamente esacerbata dall’attenzione mediatica internazionale ma che funge da espediente per distogliere l’attenzione da altre problematiche che, quanto meno, meriterebbero la stessa attenzione. Se consideriamo, ad esempio, che il numero di incidenti mortali sul posto di lavoro durante i primi due mesi del 2020 è arrivato a mietere 93 vittime nella sola Italia (con una popolazione di circa 60 000.000 di) ci rendiamo conto che la mancanza delle dovute precauzioni nel settore produttivo incidono sulla mortalità in maniera più preoccupante dell’ormai tristemente famoso virus. Infatti, dividendo i due numeri il risultato che viene fuori è uguale a 0,00000155. In buona sostanza nel Bel Paese si muore più di lavoro che di Coronavirus.   

Non di minore importanza appare anche la strage quotidiana che avviene sulle strade: secondo quanto riportato dall’ACI, in Italia, circa 9 persone al giorno periscono sulle strade nazionali. Un dato importante che senza dubbio deve farci riflettere sulla manutenzione precaria e sugli scarsi interventi tecnici operati nella rete viaria che, a conti fatti, provoca più apprensione di quanto ne sta diffondendo il Coronavirus.   Logicamente viene spontaneo chiedersi il perché di così tanto timore intorno al COVID 19 e che cosa ha portato l’OMS a dichiarare l’allerta globale. La risposta non è semplice e presuppone la necessità di fuoriuscire dal mero contesto sanitario e focalizzare la nostra attenzione sui caratteri geopolitici e finanziari dei mercati internazionali.     

                                                 

Non è un segreto che l’impero economico e neocolonialista cinese stia mettendo a dura prova l’egemonia americana nel mondo. Probabilmente, per la prima volta da dopo la dissoluzione dell’URSS gli Stati Uniti si sono trovati davanti una realtà statale talmente strutturata da diventare un reale contrappeso allo strapotere yankee nell’Atlantico e nel Mediterraneo. Il cuore della disputa è rappresentato dalla supremazia economica in Europa. Una battaglia che si combatte senza esclusione di colpi a suon di svalutazioni e acquisizione di moneta estera. 

Il Professor Gian Cesare Romagnoli e l’economista Olga Marzovilla nel libro Il sistema monetario internazionale: dall’approccio egemone a quello Multivalutario, analizzano la trasformazione dei mercati internazionali partendo proprio dalla disgregazione del sistema bipolare per arrivare a trattare la nascita e le strategie economiche delle nuove realtà nazionali ed internazionali. Secondo lo scritto, infatti, la svalutazione monetaria attuata in Cina ha permesso ai paesi dell’Eurozona di trovare molto più appetibile l’offerta economica cinese, immettendo sempre più moneta nella realtà asiatica che si apriva con prepotenza verso gli investimenti stranieri, e conseguenzialmente facendo circolare maggiormente i renminbi nel mercato europeo. In tale maniera si sarebbe favorito un mercato sino-europeo, che sarebbe andato a discapito del dollaro. Secondo i ricercatori:

“Nonostante le difficoltà in cui oggi si imbatte la governance dell’Eurozona, posta di fronte ai numerosi problemi derivati dai movimenti migratori, dal terrorismo, dalla crisi economica e dalle difficoltà di finanza pubblica di diversi paesi membri, di fatto, dal punto di vista dell’economia reale, l’Eurozona una realtà in grado di competere con le altre presenti sulla scena internazionale. Lo stesso vale per la Cina tra i cui principali obiettivi vi è quello di far assurgere il renminbi al rango di moneta internazionale. Di fatto, i progressi compiuti dai renmimbi sulla strada dell’internazionalizzazione sono stati riconosciuti dello stesso FMI, con la sua inclusione nel paniere delle monete che compongono i DSP, a partire dal 1° ottobre del 2016…”

La crisi economica e la rigidità della politica dell’Eurozona imposta dalla BCE hanno favorito l’ingerenza cinese negli affari interni europei. L’instabilità prodotta dalla crisi finanziaria ha trovato davanti a sé un Europa debole, legata da disposizioni quali il Patto di Stabilità o l’impossibilità di attuare misure inflazionistiche nei singoli Stati. È proprio in questo contesto che l’ombra cinese si è fatta sempre più concreta, diventano una controparte commerciale necessaria per il mantenimento di un Europa forte. Il silenzio, o il tacito assenso, con cui molti Paesi dell’Europa Centrale stanno guardando alla costruzione della Nuova Via della Seta nei Balcani testimonia l’impotenza, ma anche l’interesse continentale, davanti ad un nuovo partner commerciale che potrebbe immettere continuamente merce a prezzo concorrenziale nei mercati dell’Eurozona. La crisi sanitaria prodotta dal Coronavirus ha di fatto paralizzato, almeno momentaneamente, l’economia cinese isolando lo Stato asiatico tramite la sospensione della maggior parte dei viaggi per e dalla “Grande Muraglia”. La Coronapsicosi ha creato un generale sentimento anticinese che, all’interno dei contesti sociali, ha funzionato come catalizzatore razziale. Effettivamente fino a quando la virulenza non aveva interessato l’Italia, la Cina si era trovata a fronteggiare sola la furia del virus, arginandone il più possibile la diffusione. Proprio questo arginare, però, ha colpito in maniera importante le articolazioni commerciali del Paese creando una sorta di quarantena economica.

Secondo l’economista Michel Chossudovsky la classificazione dell’OMS secondo cui il COVID 19 rappresenta un’allerta mondiale è riconducibile ad una strategia economica americana. Da quando la crisi è stata estesa a tutto il mondo i mercati internazionali hanno segnato una perdita del circa 15% sui titoli azionari mondiali, avvantaggiando così gli speculatori istituzionali e in particolare gli hedge fund aziendali. Secondo l’economista canadese, infatti, esistono rapporti privilegiati tra il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom e gli investitori americani. Proprio questi avrebbero permesso ai lupi di Wall Street di giocare d’anticipo sapendo già da tempo che l’organizzazione avrebbe dichiarato l’allerta mondiale quindi un tracollo finanziario. Sarebbe ingenuo credere che la crisi finanziaria fosse dovuta solo alle forze di mercato che hanno reagito spontaneamente alla diffusione di COVID-19. Il mercato, per come dicono gli esperti, è già stato attentamente manipolato da potenti attori che utilizzano strumenti speculativi nei mercati dei derivati, compresa la “vendita allo scoperto”. L’obiettivo taciuto è la concentrazione della ricchezza. E’ stato un vero vantaggio finanziario per gli “addetti ai lavori” sapere in anticipo che cosa avrebbe portato alla decisione dell’OMS di dichiarare un’emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale il 30 gennaio scorso.

I manuali di storia strabordano di guerre previamente organizzate, di attentati pianificati e di congiure concordate, perché questa volta non potrebbe essere un virus ad influenzare il corso della storia?

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