Morto ammanettato a terra, per i poliziotti scatta lo “scudo penale”

La Procura non iscrive nessuno tra gli indagati: applicata una delle prime volte la norma del decreto Sicurezza.

Bologna – C’è una morte, avvenuta a faccia in giù sull’asfalto di un quartiere popolare, che sta mettendo alla prova per una delle prime volte la norma più discussa del decreto Sicurezza: il cosiddetto “scudo penale” per chi indossa una divisa. È quanto accaduto ad Abderrahim Fakir, 42 anni, di origine marocchina e regolarmente residente in Italia, morto domenica 19 luglio in via Italo Svevo, nel cuore del Pilastro di Bologna, mentre due agenti di polizia lo tenevano immobilizzato al suolo. Un decesso su cui la Procura ha aperto un fascicolo senza però iscrivere, allo stato, nessuno nel registro degli indagati.

L’intervento era nato da una chiamata dei residenti: l’uomo, in evidente stato di agitazione, avrebbe dato in escandescenze nell’area dei garage, prendendosela con un automobilista. Gli agenti lo hanno bloccato con lo spray al peperoncino e poi tenuto fermo a terra, legandogli polsi e caviglie. In un video che circola in rete si sentono le sue richieste d’aiuto“basta, aiuto” – prima che perdesse i sensi. L’intera scena, secondo la Questura, sarebbe durata circa 39 minuti ed è impressa nella bodycam di uno degli agenti, già consegnata ai magistrati.

Sul caso è calato subito lo scontro politico. La Lega ha rivendicato sui social l’applicazione della norma – “Giù le mani dalla Polizia” – mentre le opposizioni hanno chiesto un’informativa urgente del governo. Il sindaco Matteo Lepore ha convocato un presidio in piazza Nettuno “per verità e giustizia”, e l’arcivescovo, il cardinale Matteo Zuppi, ha invitato a non far prevalere l’odio.

A tenere banco, però, è soprattutto il meccanismo giuridico. La Procura guidata da Paolo Guido ha iscritto due poliziotti e quattro sanitari nel cosiddetto registro 45-bis, il modello introdotto dall’articolo 12 del decreto Sicurezza. Non si tratta di un’iscrizione tra gli indagati, ma di una “annotazione preliminare”: uno strumento pensato per i casi in cui appare evidente fin dall’inizio una causa di giustificazione, come l’adempimento del dovere o la legittima difesa. Si procede per omicidio colposo e le indagini dovranno concludersi entro 120 giorni, con la possibilità, in ogni momento, di trasformare l’annotazione in una formale iscrizione.

Attenzione, però, a leggere la parola “scudo” come sinonimo di impunità. La norma non cancella le indagini: le sposta soltanto su un binario iniziale diverso, riservato ai casi in cui la liceità della condotta sembra chiara sin da subito. E non vale solo per gli agenti: per evitare dubbi di costituzionalità è stata estesa a tutti i cittadini che agiscono per ragioni di servizio o per legittima difesa, medici compresi. Il caso di Bologna, del resto, non è nemmeno il primo: un precedente risale a inizio luglio a Teramo, dove il nuovo modello era stato applicato a un carabiniere coinvolto nello scontro mortale con lo scooter di Massimo Ciarelli, al termine di un inseguimento.

A gettare acqua sul fuoco è lo stesso guardasigilli. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio respinge l’etichetta: “Non è uno scudo penale, che invece vuol dire impunità: qui l’impunità non c’è per nessuno”. Il senso della norma, spiega, è impedire che l’iscrizione automatica nel registro degli indagati si trasformi, come troppo spesso accade, in una “condanna anticipata” mediatica e professionale, prima ancora che un giudice si pronunci. Per l’accertamento della verità sul Pilastro, ora, la parola passa all’autopsia, agli esami medico-legali e ai filmati delle bodycam.