La cenere dell’Etna inghiotte anche Comiso: Sicilia sempre più nel caos

Dopo Catania, il vulcano ferma pure lo scalo ibleo. Una settimana di caos, 700 voli saltati e turisti in ostaggio.

Comiso C’è un vulcano che detta legge sui cieli di Sicilia, e ogni giorno che passa chiude una porta in più. Venerdì 14 agosto, alla vigilia di Ferragosto, la cenere sputata dall’Etna ha invaso anche la pista dell’aeroporto di Comiso, l’ultimo scalo rimasto a fare da valvola di sfogo, costringendo la Sac a sospendere tutti i voli in arrivo e in partenza fino alle 16. Nelle stesse ore, il Fontanarossa di Catania restava blindato fino alle 2 di notte del 15 agosto. Così l’isola si è ritrovata, di colpo, con i suoi principali scali paralizzati e decine di migliaia di passeggeri appesi a un aggiornamento meteo-vulcanico.

A confermarlo è la stessa società di gestione: “Sono sospese le attività di volo in arrivo e partenza all’aeroporto di Comiso fino alle 16:00 ora locale. I passeggeri sono pregati, prima di recarsi in aeroporto, di verificare lo stato del proprio volo con le compagnie aeree”. Comiso, che nei giorni scorsi aveva assorbito oltre cento voli dirottati da Catania, è finito fuori uso proprio quando serviva di più.

Il paradosso è tutto qui: lo scalo di riserva è stato messo in ginocchio dallo stesso nemico. La colpa è della cenere vulcanica, spinta dai venti verso sud che da giorni scaricano polvere abrasiva sulle piste. Per gli aerei è un pericolo mortale: quelle particelle possono fondere nei motori e mandarli in avaria, per questo il volo viene sospeso senza sconti.

L’emergenza va avanti dal 6 agosto e non accenna a placarsi. L’Ingv, per bocca del direttore del Dipartimento Vulcani Stefano Branca, parla di tremore vulcanico “in leggera risalita” e di “nessun cenno di regressione”, con la lava che continua a scendere fino a quota 1.300 metri. Tradotto: la crisi non è finita.

I numeri raccontano un disastro senza precedenti. Tra l’8 e l’11 agosto sono saltati circa 700 voli al Fontanarossa, con oltre 450 cancellazioni in partenza e più di 400 voli riprogrammati su Palermo, Trapani, Comiso e perfino Lamezia Terme. La Sac non usa giri di parole: è “l’emergenza più severa degli ultimi 20 anni”. L’Enac, tramite il direttore generale Alexander D’Orsogna, assicura che il Comitato di Crisi lavora con Enav, Ingv e Aeronautica Militare “a garanzia della sicurezza dei voli”.

Ma a pagare il conto sono sempre loro, i passeggeri. Turisti bloccati da giorni, gente che dorme in aeroporto, e soprattutto prezzi alle stelle per fuggire verso gli scali ancora aperti: taxi e Ncc che chiedono fino a 800 euro per raggiungere Palermo da Catania, autonoleggi con rincari fino al 287%. Il Codacons ha già annunciato un esposto all’Antitrust per fare luce su possibili speculazioni sulla pelle dei viaggiatori.

E mentre la lava scende, sale la temperatura della polemica. Il ministro della Protezione civile Nello Musumeci ha rilanciato la vecchia domanda: “A essere fuori posto non è il vulcano, ma l’aeroporto”. Il governatore Renato Schifani rivendica il lavoro della Regione, il ministro Adolfo Urso annuncia il golden power sulla futura gestione dello scalo, e persino Matteo Salvini ammette che “alcune scelte del passato andranno discusse”, salvo poi allargare le braccia: fermare le eruzioni “non è in dote mia”.

Il danno stimato per il turismo, secondo Assoesercenti, oscilla già tra i 12,8 e i 24 milioni di euro. E il conto, con l’Etna che non molla, rischia di allungarsi ancora.