Incendio sul Monte Faeta, indagati due giardinieri

I due stavano bruciando gli sfalci di potatura ai margini del bosco quando il fuoco è sfuggito al controllo. Le fiamme hanno percorso tra i 700 e gli 800 ettari.

Pisa – Non hanno negato, non hanno tentato di sviare. Quando i carabinieri forestali li hanno raggiunti, i due operai lucani hanno detto subito come stavano le cose: erano stati loro ad appiccare, involontariamente, il rogo che ha devastato il Monte Faeta. Titolari di una ditta di giardinaggio, entrambi intorno alla cinquantina, sono ora iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di incendio colposo.

La ricostruzione che hanno fornito è lineare. Quel giorno erano al lavoro per potare degli ulivi. Una volta terminato, hanno deciso di liberarsi dei rami e delle sterpaglie accumulati bruciandoli sul bordo del bosco, una pratica comune in certi contesti agricoli. Il problema è che nessuno dei due ha sorvegliato il fuoco nel modo in cui avrebbe dovuto. Il vento ha fatto il resto: le fiamme si sono allargate rapidamente, superando ogni possibilità di controllo e propagandosi su un’area vastissima nel giro di poche ore.

Il bilancio è pesante. Le fiamme hanno percorso una superficie compresa tra i 700 e gli 800 ettari nei territori di Lucca, Capannori e San Giuliano Terme. Circa quattrocento residenti sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Un’abitazione è andata completamente distrutta, altre due hanno riportato danni parziali.

Le operazioni di spegnimento hanno impegnato squadre a terra e mezzi aerei per molte ore. Il comandante dei vigili del fuoco di Pisa, Nicola Ciannelli, ha riferito che la situazione sta migliorando rispetto alle fasi più critiche, pur raccomandando cautela: alcune zone restano a rischio di riattivazione, soprattutto se il vento dovesse tornare a soffiare con intensità. Per gli sfollati non è ancora stato fissato il momento del rientro nelle abitazioni.

Nel mezzo di questa emergenza, una struttura costruita pochi mesi fa si è rivelata più preziosa del previsto. Il presidente toscano Eugenio Giani ha ricordato come un bacino idrico artificiale realizzato nella zona abbia consentito agli elicotteri di accorciare drasticamente i tempi di rifornimento, trasformando quello che poteva essere un collo di bottiglia operativo in un vantaggio tattico concreto.