Volevano portarla in Aspromonte per un riscatto, ma lei urlò e lottò fino all’ultimo respiro. Preferì resistere (e morire) piuttosto che piegarsi al ricatto dei clan.
Reggio Calabria – C’è un coraggio che non fa rumore, che non chiede riflettori, ma che quando arriva l’ora terribile della prova esplode in un gesto capace di sfidare la morte a mani nude. È il coraggio di Raffaella Scordo, professoressa di 39 anni, che nella notte tra il 12 e il 13 luglio del 1990, nel giardino della sua villa di Ardore Marina, nella Locride, disse “no” ai suoi rapitori e pagò quel “no” con la vita. Un commando della ‘ndrangheta la voleva viva, da nascondere in Aspromonte in attesa di un riscatto. Lei si ribellò, urlò, si divincolò. E per questo la massacrarono a colpi di martello sotto gli occhi del marito e dei due figli.
Era una sera come tante. La famiglia rientrava in auto, una Citroën BX bianca, dopo la solita passeggiata sul lungomare, tra un gelato e due chiacchiere con gli amici. Poco dopo la mezzanotte, il ritorno a casa, il cancello varcato senza sospetti. Raffaella scese per aprire il garage. In quel momento tre uomini con il volto coperto da calze bianche sbucarono da una zona d’ombra del giardino e le si avventarono addosso.
La donna non si lasciò trascinare via. Scalciò, gridò, lottò con tutte le forze. Il marito, Franco Polito, anche lui insegnante, si precipitò fuori dall’auto per soccorrerla, ma i banditi lo bloccarono sparando cinque colpi di pistola: un proiettile si conficcò nel cofano. Per stordirla o forse per punirla della sua ribellione, uno dei tre la colpì con violenza inaudita alla testa, probabilmente con un martello o un piede di porco. Raffaella si accasciò al suolo in una pozza di sangue. I rapitori scapparono a mani vuote, scavalcando il muro di cinta.

Trasportata prima all’ospedale di Locri, poi ai Riuniti di Reggio Calabria, arrivò già in coma profondo, con il cranio sfondato. I medici tentarono l’impossibile: un intervento disperato per l’ematoma, la rianimazione, il respiratore. La sua lotta durò 18 giorni. Poi, nel pomeriggio del 31 luglio 1990, il cuore non resse più. Se ne andò senza mai riprendere conoscenza, lasciando i figli Maria Antonietta e Antonio.
Non era una famiglia da riscatto milionario. Agiata, sì – una villa costruita da poco tra gli uliveti, qualche eredità – ma nulla che giustificasse l’attenzione dell’Anonima sequestri, tornata a colpire selvaggiamente in una Locride dove i presìdi antisequestro erano stati praticamente smantellati. “Chiunque ha un parente notaio od oculista”, sbottò allora il capitano dei carabinieri di Locri, Mario Paschetta. “Sarà impossibile proteggere tutti”.
Ma la ferita più profonda, per il professor Polito, fu l’abbandono dello Stato. “In questi venti giorni atroci nessun rappresentante delle istituzioni nazionali si è fatto vivo”, denunciò con amarezza. E aggiunse un atto d’accusa che ancora oggi pesa come un macigno: “Mia moglie è stata ricoverata dopo quattro ore. Se ci fosse stato un elicottero, attrezzature più efficienti, forse la si sarebbe potuta salvare“. La risposta dello Stato arrivò sotto forma di una proposta di medaglia, che il sindaco di Ardore, Aurelio Scarfò, definì un insulto: “Lo Stato risponde con una medaglia invece di dare la caccia ai banditi”.
Quella medaglia arrivò davvero. Il 3 giugno 1991 la Presidenza della Repubblica le conferì la Medaglia d’oro al valor civile. La motivazione ufficiale è scolpita nella storia: “Con pronta determinazione, affrontava alcuni malviventi che, armati e mascherati, tentavano di sequestrarla. Il suo coraggioso comportamento faceva desistere dall’azione criminosa i rapitori, che reagivano ferendola mortalmente. Nobile esempio di ribellione alla violenza criminale e di non comune ardimento spinti fino all’estremo sacrificio”.

Trentasei anni dopo, Ardore resta una terra difficile, ancora segnata dalla criminalità. Ma il nome di Raffaella Scordo continua a essere ricordato ogni luglio come quello di una donna che, di fronte alla violenza, scelse di resistere. Resistere. Resistere.