La Procura stringe il cerchio attorno al carrozziere Fortunato Verduci, tradito dalla genetica forense e dalle sue stesse abitudini.
Genova – Servirebbero 120 miliardi di mondi popolati per trovare un altro profilo genetico identico a quello lasciato su quella tragica scena del crimine. Con questa certezza scientifica, formulata al termine di una requisitoria durata circa cinque ore, al cospetto della Gip Martina Tosetti, la Pm Patrizia Petruzziello ha chiesto una condanna a 30 anni di reclusione per omicidio aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi nei confronti di Fortunato Verduci, il carrozziere di 66 anni accusato di essere l’assassino di Luigia Borrelli.
A questa pena si aggiunge l’ulteriore richiesta di un anno e quattro mesi per il reato di autoriciclaggio. La condanna invocata rappresenta la pena massima nell’ambito del rito abbreviato, una scelta processuale che ha consentito all’imputato di evitare l’ergastolo. La decisione della giudice, attesa per il 28 ottobre, promette di mettere un punto fermo a uno dei casi di cronaca nera più complessi e spietati della storia genovese.

Per comprendere l’abisso di questa storia bisogna tornare alla sera del 5 settembre 1995. Luigia Borrelli ha 42 anni, è un’ex infermiera che di notte si trasforma in “Antonella” nei vicoli del centro storico, costretta a prostituirsi in un basso al civico 64 di Vico degli Indoratori per ripagare una montagna di debiti lasciati dal marito e gravati dall’usura. In quella notte calda e afosa, la figlia diciannovenne Francesca, non vedendo la madre rientrare a casa, decide di lanciare l’allarme. La mattina del 6 settembre, l’ingresso dei carabinieri nell’appartamento rivela un massacro di rara ferocia. La stanza è completamente devastata: Luigia è stata aggredita a pugni, brutalizzata con un pesante posacenere e stordita a colpi di sgabello. L’atto finale dell’aggressione viene consumato con un trapano elettrico trovato ancora infilato nella gola della donna, uno strumento impiegato per infierire sul corpo ormai privo di difese. L’assassino si è poi dato alla fuga portando via l’incasso della serata e bloccando la porta alle spalle.

Nei tre decenni successivi, le indagini si ingarbugliano in un travagliato labirinto che lascia dietro di sé una scia dolorosa di tragedie umane. Inizialmente i sospetti scivolano sul figlio ventiduenne della vittima, Roberto Andreini, ragazzo dalla vita complessa che, pur venendo presto scagionato, si porterà dentro il peso di quella devastazione fino al 2014, anno in cui deciderà di togliersi la vita lanciandosi dal Ponte Monumentale.

Poco dopo, l’attenzione degli investigatori si sposta su Ottavio Salis, muratore sardo di 52 anni che proprio in quel periodo stava eseguendo dei lavori nello stabile ed era il proprietario del trapano usato per l’omicidio. Schiacciato dalla pressione mediatica e dall’accusa di essere un mostro, Salis si suicida lanciandosi dal viadotto della Lanterna prima ancora che la sua totale estraneità ai fatti possa essere riconosciuta. Negli anni si susseguono segnalazioni anonime e piste legate alla malavita, fino a quando, nel 2022, persino la memoria di un noto primario ospedaliero deceduto viene scandagliata prima che il test del DNA escluda categoricamente il suo coinvolgimento.
Il punto di svolta arriva quando la tecnologia scientifica riesce a colmare il vuoto lasciato da decenni di vicoli ciechi. Quella traccia biologica rimasta per quasi trent’anni nei fascicoli dell’inchiesta trova finalmente una corrispondenza nel database nazionale: l’impronta genetica dell’assassino si incrocia con quella di un carcerato detenuto a Brescia. Non è un’identità perfetta, ma un legame di parentela inequivocabile. Seguendo le diramazioni di quell’albero genealogico, gli investigatori della Squadra Mobile e della Guardia di Finanza isolano una figura specifica, presente a Genova in quella tragica fine d’estate del 1995: il carrozziere Fortunato Verduci.

Il successivo prelievo ematico disposto dalla magistratura dissolve ogni margine di incertezza, sigillando la coincidenza biologica con la traccia del delitto. Intorno alla figura dell’artigiano si addensano poi ulteriori dettagli materiali: le cicche di sigaretta “Diana blu” repertate nel basso, identiche a quelle consumate dall’indagato, e alcune conversazioni intercettate in cui l’uomo s’abbandona a confessioni compromettenti su altri episodi criminali. Sullo sfondo emerge un quadro di profondo degrado personale segnato dalla dipendenza dal gioco d’azzardo. Per la Procura è proprio questa voragine finanziaria a muovere la mano dell’aggressore: un’aggressione brutale sfociata nel sangue con il solo fine di strappare alla donna i contanti della serata.
Verduci, che sta affrontando il processo da uomo libero a causa del rigetto delle richieste di arresto confermato anche in Cassazione, attende ora l’arringa dei propri difensori, fissata per il 25 settembre. Nel frattempo Francesca, la figlia della vittima assistita dall’avvocata di parte civile Rachele De Stefanis, attende che venga fatta giustizia dopo oltre trent’anni di sofferenza. L’ombra dell’imputato, intanto, viene valutata dagli inquirenti anche in relazione ad altri casi irrisolti della città, come l’omicidio della merciaia Anna Rossi Lamberti avvenuto nel 1998. Il 28 ottobre si saprà se la vicenda di Vico Indoratori potrà finalmente considerarsi conclusa.