Il cinema mette la quinta: il film si proietta in “1,5x” per non annoiare la Gen Z

Schermi velocizzati ed economia del tempo: a Montreal va in scena la provocazione dei “Lungometraggi più corti”. Ma ha senso sacrificare l’arte sull’altare dell’impazienza digitale?

Se vi capita di ascoltare i messaggi vocali su WhatsApp a doppia velocità, o se avete l’abitudine di consumare le serie TV con il dito fisso sul tasto del fast-forward per “risparmiare tempo”, sappiate che il punto di non ritorno è stato ufficialmente superato. Il “virus” della fretta digitale è entrato, ufficialmente e dalla porta principale, nelle sale cinematografiche.

È successo a Montreal, durante i celebri Rendez-vous Québec Cinéma (RVQC). Un festival cinematografico di tutto rispetto che ha deciso di lanciare un’iniziativa ribattezzata, con un pizzico di ironia e molta disperazione, “Les Moins Longs Métrages” (I lungometraggi più corti). L’esperimento? Proiettare un film d’autore alla velocità di 1,5x.

La “cavia” di questo esperimento sociale e culturale è stata la tragicommedia romantica Amour apocalypse della regista Anne Émond, proiettata alla Cinémathèque québécoise. Grazie alla velocità aumentata del 50%, gli spettatori in sala hanno risparmiato esattamente 34 preziosi minuti sul tempo di visione originale. Minuti che, come ha ironicamente commentato LaPresse in un editoriale al vetriolo, “potranno essere consacrati a guardare su TikTok video di neonati danzanti creati dall’intelligenza artificiale”.

All’inizio si è pensato a un pesce d’aprile tardivo. Invece era tutto vero. La decisione del festival nasce da un dato di fatto emerso da uno studio dell’Osservatorio delle tecnologie dei media: oggi la metà dei giovani tra i 18 e i 34 anni preferisce guardare i video in modalità accelerata. Di fronte alla progressiva perdita di pubblico giovane, le istituzioni culturali stanno tentando il tutto per tutto. Anche a costo di snaturare l’opera stessa.

Il dibattito ha incendiato i social canadesi, dividendo chi grida al sacrilegio e chi difende l’esperimento come uno specchio dei tempi. Intervistata da LaPresse, la regista del film ha difeso la scelta di prestarsi al gioco, pur ammettendone la dolorosa natura.

“Non possiamo negare la realtà: ci sono giovani che guardano i film così sui loro telefoni. Se ho accettato che il mio film venisse presentato in prima mondiale in modalità accelerata è perché sarà proiettato anche nella versione originale e l’esperimento servirà ad aprire un dibattito sulla disaffezione dei giovani verso il cinema. Se mi piangerà un po’ il cuore a vederlo accelerato? Sì, assolutamente“.

La regista ha infatti confessato che non rimarrà in sala per più di cinque minuti durante la proiezione “velocizzata”. Il rischio tecnico, del resto, è quello di trasformare i monologhi drammatici dei protagonisti – che affrontano temi complessi come l’eco-ansia e la salute mentale – in sketch comici.

Il tentativo dei festival di “inseguire” le cattive abitudini della fruizione online rischia però di rivelarsi un boomerang. Come sottolineano i critici più severi, il vero pubblico cinematografico di domani – anche tra i ragazzi della Generazione Z – non cerca scorciatoie. I giovani che amano l’arte frequentano le cineteche proprio perché cercano la pausa, la sfumatura, l’inquadratura lenta che i social network hanno progressivamente cancellato dalle nostre vite.

Se un ragazzo è capace di fare binge-watching bloccato sul divano per quattro ore di fila davanti a una serie TV, può resistere cento minuti su una poltrona di un cinema a velocità normale. Presentare un film in 1,5x per attirare pubblico è l’equivalente culturale di un adulto che si sforza di usare lo slang giovanile in una conversazione formale: il risultato è quasi sempre imbarazzante. L’accelerazione del tempo ci sta togliendo il gusto della noia e della riflessione. Se anche il cinema si adegua al ritmo frenetico di uno “scroll” compulsivo, l’apocalisse culturale potrebbe essere davvero dietro l’angolo. E questa volta, senza tasto per andare avanti.