La dipendenza dal petrolio e derivati è diventata patologica e non si riesce a liberarsene, proprio come succede con la droga. Se ne discute a tutti i livelli ma poi non se ne fa nulla.
La dipendenza dai combustibili fossili non accenna a calare. Essi sono sono risorse naturali di origine organica che si sono formate nel corso di milioni di anni a partire da resti di organismi animali e vegetali. Includono il petrolio, il carbone e il gas naturale. Durante la combustione rilasciano anidride carbonica e altri gas-serra che a loro volta imprigionano il calore nella nostra atmosfera. Sono, pertanto, tra i principali fattori di origine del riscaldamento globale e cambiamento climatico.
Malgrado la dipendenza da essi sia diventata patologica non si riesce a liberarsene, proprio come succede con una droga. Se ne discute a tutti i livelli ma poi non se ne fa nulla. Ad esempio il Belpaese insiste molto, anche a livello europeo, per utilizzare i biocarburanti. Si tratta di una fonte di energia derivata da materie prime rinnovabili, come biomasse vegetali o animali, che può essere utilizzata nei trasporti per sostituire, in tutto o in parte, i carburanti tradizionali.
In realtà la parola bio può trarre in inganno, in quanto richiama al rispetto dell’ambiente. Infatti i biocarburanti sono falsamenti alternativi. E’ vero che, rispetto ai combustibili fossili, si riducono le emissioni però per ricavarne quantità di biodiesel e bioetanolo utilizzabili per l’Unione Europea (UE), ci vorrebbe un’area grande quasi 132 mila kmq. Un consumo di suolo e di acqua, quindi, non irrilevante, a cui si aggiungono la deforestazione e le cancellazioni di biodiversità e di nutrienti organici. Alla resa dei conti le emissioni di CO2 sono almeno pari ai combustibili fossili.
Come sostituire una droga con un’altra. Il problema è sempre il solito: l’attuale modello di sviluppo fondato sull’accumulo, sullo sfruttamento estensivo delle risorse e sulla crescita illimitata. Perpetuatosi nei secoli fino a trasformare la dipendenza da economica a culturale. La storia ci ha raccontato che per estrarre il combustibile fossile per eccellenza, il petrolio, si sono combattute guerre feroci, devastato ecosistemi, perché possederlo era sinonimo di potere e dominio.
Il sistema appare indistruttibile in quanto la seduzione è diventata collettiva per cui le scelte dei governanti sono ancora orientate allo sfruttamento massimo delle risorse e dell’accumulo di ricchezza ad ogni costo. Ma è complicato dipanare la matassa. Non basterebbe la tanto strombazzata “decarbonizzazione”, se si resterà dipendenti da un modello di sviluppo esauritosi, che però si continua ad anelare, perché l’assuefazione ad esso è dilagante. E’ come se si fosse messo in moto un meccanismo autodistruttivo.

Ciò stupisce se si pensa che le organizzazioni sociali ed economiche che vi agiscono sono state fondate sulla razionalità, mentre praticano il contrario! Allora non c’è nulla da fare, si deve assistere inerti e inermi al deragliamento del convoglio su cui si viaggia? In teoria le soluzioni sarebbero possibili, tra cui: decrescita finanziaria ed economica, eliminazione del Prodotto Interno Lordo (PIL) come strumento di definizione della ricchezza nazionale, l’inserimento nelle carte costituzionali dei singoli Paesi del diritto alla “sostenibilità ambientale”.
Sembrano idee figlie dell’utopia, parola greca la cui etimologia definisce un “luogo che non esiste”, ma che in futuro potrebbe realizzarsi, chissà. Lo si può immaginare anche se le idee fondanti del nostro convivere quotidiano e sociale dipendono, ormai, dall’adesione acritica al modello dominante. L’utopia, tuttavia, rischia di trasformarsi in una vera e propria chimera se le continue Coop che si susseguono annualmente – le conferenze dell’ONU sui cambiamenti climatici, nel 2025 si è tenuta la 30ma – si distinguono per lo spreco di parole al vento, che si dissolvono lontano dalle loro voci.
Di impegni seri, precisi, non se ne è vista l’ombra. Solo auspici per prepararci la tomba…