Il sistema fiscale andrebbe riveduto e corretto ma sono anni che se ne parla e poi non se fa nulla. I governi che si sono succeduti hanno solo aumentato le tasse.
Più soldi hai, meno tasse paghi. Gira la voce che la lotta di classe sia morta e sepolta da un pezzo. Invece è viva e vegeta come non mai e manifesta i suoi devastanti effetti. Questa battaglia non è solo il prodotto della fervida mente di Karl Marx che ne ha analizzato le origini, lo sviluppo e i suoi rapporti con la politica, ma esiste nei fatti.
A prevalere sono i ricchi e a soccombere il ceto medio e il proletariato. Come è sempre successo, d’altronde, nella storia dell’umanità. Un recente studio, col contributo della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Bicocca di Milano, Università della Calabria e dell’Università di Monaco, ha evidenziato un’anomalia tipicamente italiana dal punto di vista fiscale.
Ossia lo 0,1% più ricco della popolazione arriva a pagare in proporzione un’aliquota effettiva più bassa rispetto al ceto medio, rendendo il sistema in parte regressivo sui grandi patrimoni. Questo accade per alcuni fattori strutturali del sistema economico e tributario. Innanzitutto per la struttura del reddito, che per chi ha molta “grana” non è solo frutto dello stipendio (tassato con aliquote progressive), di rendite finanziarie o profitti di capitale, spesso soggetti a imposte sostitutive fisse più basse (tra il 10% e il 26%).
Poi per l’IVA, un’imposta indiretta e regressiva, che incide molto di più in percentuale sui redditi bassi che spendono quasi tutto ciò che guadagnano, rispetto ai patrimoni elevati che accumulano e risparmiano. Infine i contributi sociali: pesano meno in proporzione sui grandi patrimoni e i redditi d’impresa o di capitale permettendo di ottimizzare meglio i carichi fiscali rispetto ai lavoratori dipendenti.
La responsabilità è di una legislazione che permette queste forme di sotterfugi per favorire chi ha già un alto status socioeconomico. Eppure la Costituzione italiana, su cui giurano i ministri da cui dipendono obiettivi e regole poi approvate dal Parlamento, all’art. 53 recita “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Dunque ognuno deve pagare le tasse in base a quanti soldi guadagna o a quanti beni possiede. L’imposta non sale solo in modo uguale ma in percentuale più alta man mano che il reddito sale. Chi guadagna di più paga una quota maggiore del proprio guadagno. All’atto pratico l’art. 53 è stato violato da ministri spergiuri che meriterebbero, in uno Stato serio, sanzioni anche penali.
Secondo i calcoli un’aliquota dell’1.3% sui redditi più consistenti produrrebbe 13 miliardi di tasse in più, che non sono proprio noccioline. Sarebbero linfa vitale per il magro bilancio dello Stato, da poter investire nella sanità e nella scuola, tanto per segnalare due settori che sono in coma. Con i numeri si comprende meglio il divario.

Un lavoratore dipendente versa circa il 45% del proprio reddito totale, tra Irpef, imposte locali e contributi. Mentre lo 0,1%, pari a circa 50 mila cittadini con un patrimonio netto oltre i 20 milioni di euro, paga un’aliquota del 32,6%. Alla faccia del bicarbonato di sodio avrebbe dichiarato il principe della risata, il grande Totò nel manifestare stupore e incredibilità.
Intervenire sulle grandi ricchezze e patrimoni sarebbe doveroso sia per ripristinare una vera e autentica progressività, sia per avere liquidità utile ad abbassare il nucleo fiscale sui redditi più bassi, di cui si parla a sproposito da decenni senza che vengano effettuati interventi sistematici.
Per la cronaca con questo termine si intende il gruppo di persone formato da chi presenta la dichiarazione dei redditi e dai familiari che risultano fiscalmente a carico, indipendentemente dal luogo in cui risiedono.
Anche i ricchi piangono era il titolo di una telenovela messicana del 1979. In realtà sogghignano in maniera beffarda prendendosi gioco di tanti poveri cristi.