I NUOVI CONFILITTI MONDIALI RISCHIANO DI COINVOLGERCI

Dalla Catalogna all’Irlanda del Nord fino al Sud America, le rivolte insanguinano le strade e mietono vittime

Le dinamiche della geopolitica mondiale sembrano attraversare una fase di estrema turbolenza: i conflitti nazionali e nazionalistici si intervallano ad ancestrali conflitti internazionali, rendendo il panorama circostante di difficile interpretazione. Nell’Europa già martoriata dalla guerra civile in Ucraina, i focolai indipendentisti tornano ad ardere con maggiore prepotenza, mettendo in serio pericolo l’establishment comunitario.

Scontri-con-la-poliziaI mai sopiti malcontenti in Catalogna sono esplosi per le strade di Barcellona dopo una serie di sentenze contro 12 indipendentisti; in Irlanda del Nord l’IRA è tornata a far sentire prepotentemente la sua voce in concomitanza con una delle fasi più critiche della Brexit, minacciando future azioni che potrebbero non escludere la violenza.

scontri indipendentisti catalani

In entrambi i due casi è presente una comune percezione di dispotismo centrale, con la periferia che si ribella in maniera violenta a determinate soluzioni adottate dagli organi decisionali statali. Appaiono però diversi i fini: nel  caso gli interessi economici regionali si scontrano con quelli statali, motivo per cui la stessa borghesia regionale persevera nell’idea della secessione nazionale; nel secondo gli sviluppi attuali del caso Brexit permettono di percorrere il ponte ideologico che porta direttamente alla mai avvenuta risoluzione degli anni Settanta. Questa fase dinamica di opposizione all’apparato statale non è, però, presente solo in Europa.

Nell’America Latina le manifestazioni hanno sviluppato un tasso di violenza nettamente più alto, e conseguenzialmente anche la risposta centrale ha visto eccessi di veemenza. In Ecuador e in Cile le misure di austerity sono state fortemente condannate dalla popolazione, la quale si è riversata immediatamente per le strade, costringendo i presidenti Lenin Moreno e Sebastian Piñera a invocare misure eccezionali quali coprifuoco e stato d’emergenza. Se nel caso ecuadoregno il ritiro del Pacchetto Moreno è bastato a placare gli animi dei manifestanti, in Cile questo non è accaduto. Gli incidenti di piazza sono passati da una dimensione sindacale ad una politica, e sembra che in pochi giorni tutte le contraddizioni accumulate da una transizione mancata nel dopo Pinochet siano venute fuori.

Il programma economico perseguito dal presidente Piñera ha innescato l’esplosione della violenza di massa dopo che è stato presentato il nuovo incremento delle tariffe del trasporto pubblico e di alcuni beni di prima necessità. Poche settimane prima, inoltre, la popolazione cilena aveva dovuto fare i conti con l’aumento generale dell’elettrica. La concatenazione di questi elementi è stata la cosiddetta goccia che ha fatto traboccare il vaso, creando i presupposti per una situazione di non ritorno. Il presidente cileno, fratello del Ministro del lavoro all’epoca di Pinochet, non ha avuto dubbi nel dichiarare che: «Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile che non rispetta nulla ed è pronto a usare la violenza e il crimine senza alcun limite

Gli oppositori del presidente, che progressivamente sono arrivati a comprendere tanto gli studenti quanto i lavoratori, hanno dichiarato a più voci che di non voler fermare la rivolta neanche davanti al ritiro dei provvedimenti economici.

L’autunno cileno prende sempre più le sembianze di un movimento estremamente politicizzato, nato in chiara discontinuità con le dottrine dei Chicago Boys e con le relative misure neoliberiste. La mancata transizione, infatti, ha prodotto un quadro economico abbastanza deprimente: le pensioni si aggirano intorno ai 200 euro al mese, il salario minimo è di circa 400 euro, e la maggior parte dei servizi nevralgici dello stato sono appaltati a privati che mantengono prezzi escludenti.

Il momentaneo bilancio del conflitto vede una trentina di morti e più di 5.000 arresti. La situazione sembra sempre più compromessa, e la risposta statale sempre meno disciplinata. Pochi giorni fa Amnesty International si è esposta a tutela dei diritti umani, sottolineando ancor di più la gravità del contesto. “Invece di reprimere le proteste, il governo cileno dovrebbe trovare soluzioni alle richieste provenienti dai manifestanti, e indagare sulle denunce di violazione dei diritti umani segnalate nel corso dei giorni passati.”                                       

 I casi dell’Irlanda del Nord, della Spagna e del Cile sembrano essere legati da un filo comune: la necessità storica di risolvere una transizione mai avvenuta. Infatti, sia le due nazioni europee che lo stato cileno, non sono riuscite a rompere in maniera drastica con i vecchi autoritarismi nazionali, ed anzi in Irlanda del Nord la percezione terzomondista risulta essere ancora largamente diffusa.

Questa fase estremamente dinamica d’opposizione al dispotismo centrale permette di sottolineare nuovamente come appaia impossibile per uno stato proiettarsi verso il futuro senza aver archiviato totalmente il passato. Il mancato superamento di conflitti interni produrrà unicamente l’accumulazione latente di frustrazione, capace di esplodere in qualsiasi momento e senza alcun preavviso. 

 

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