GLADIATORE, GIGOLO DELL’ANTICA ROMA

Le fans delle boybands non avrebbero nulla da insegnare alle giovani o anche mature donne che si invaghivano di questi virili combattenti, guardandoli lottare nell'arena, sudati e coperti di sangue

Nel 2010 il geniale creatore e produttore Steven S. DeKnight stupisce il pubblico con una serie televisiva dedicata all’antica Roma e agli antieroi che nell’Urbe erano costretti a vivere e combattere: i gladiatori. Probabilmente molti di noi hanno sentito parlare della serie “Spartacus”, famosa più che per la traccia storica sulle orme di personaggi realmente vissuti, per la promessa degnamente mantenuta di sangue, adrenalina e sesso. E, in effetti, quella che Spartacus ha fornito in ogni episodio, dal primo all’ultimo, è stata una vetrina di bellezza umana a “nudo integrale”: dalle femminili e conturbanti matrone, ai virili e atletici gladiatori. La lussuria che le ricche donne romane provavano per i barbari prigionieri dell’arena non è una fantasia dell’ideatore, ma realtà storica documentata su carta da autori antichi, quali il satirico e pungente Giovenale. Nell’immaginario comune e suggestionato dalla pellicola, i gladiatori erano uomini muscolosi, scolpiti dai duri allenamenti, e modelli di virilità. La stessa parola gladius (spada) nel linguaggio popolare indicava l´organo genitale maschile. Molti gladiatori, dovendo cambiare il proprio nome, ne sceglievano uno che richiamasse, in qualche modo, la sfera sessuale come Eros, Giacinto o Narciso,oppure che ricordasse la forza e l’irruenza come Pugnax, Ferox, Serpentius o ancora Tigris.

 

Giovenale ce ne parla nella sua satira, calcando l’accento sul fatto che la donna era attirata da Sergio (questo era il nome del gladiatore che l’aveva resa adultera) non per la discutibile bellezza del barbaro, quanto per la sua rozza virilità. Possiamo immaginare che la vita nell’arena lasciasse visibili cicatrici sul corpo di questi uomini donando loro il fascino sempre attuale delle ferite da guerra, diremmo, oggi, alla “Rambo”. “E quale bellezza o quale gioventù ha mai infiammato Eppia? Che cosa ha mai visto, da accettare di farsi chiamare “gladiatrice”? Sergetto ha appena iniziato a farsi la barba e, grazie al braccio ferito, a sperare di essere congedato, ed ha molte deformità, come l’attrito dell’elmo, una gibbosità in mezzo al naso, un acre umore che gli stilla dall’occhio. Ma era gladiatore, e questo lo trasforma in Giacinto, lo fa preferire a patria, figli, sorella e marito: è il ferro che amano. Sergio medesimo, se avesse avuto il congedo, sarebbe parso come Veientone”. Di sicuro al marito senatore mancavano quella ferinità che tanto faceva anelare Eppia e con lei le giovani frequentatrici della scuola gladiatoria, sarcasticamente chiamate dall’autore “ludiae”, ragazze dei giochi, fan-girls dei gladiatori.
Scrittori romani, ma anche semplici uomini che si trovavano a dover reggere il confronto con quelle “selvagge belve” che loro stessi avevano importato da lontano, per il piacere di vederli combattere all’ultimo sangue durante i giochi, ne criticavano ogni difetto e virtù. Forse si sentivano minacciati nel vedere come le loro mogli e figlie restavano affascinate dai corpi sudati e dai muscoli in tensione dei combattenti. Spesso per denigrarli associavano alla loro immagine quella del dio Priapo, divinità della fertilità, e per questo dotato di un organo genitale grande e sproporzionato rispetto al resto del corpo. Forse. Di certo avrebbero potuto pensare a qualcosa di più svilente per identificarli!
L’associazione con un dio “ben dotato” sembra invero essere il miglior biglietto da visita per questi gigolò di altri tempi.

Perché sceglierlo dunque? Perché esso era anche rappresentazione della belva, della natura bestiale e incontrollata che andava contro ogni principio morale e razionale tipico della romanità. E mentre il senatore, il lanista (possessore degli schiavi guerrieri) e i benefattori facoltosi distribuivano “panem et circensem” al popolo, fieri della loro potente posizione sociale, le matrone e le serve si perdevano in fantasie erotiche e maliziose in cui sognavano di farsi stringere e possedere da un brutale, muscoloso, sudato gladiatore.

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