“Game over per l’altoforno”: la Cassazione spegne l’ex Ilva di Taranto

Respinti tutti i ricorsi: pesano le 2.140 tonnellate di amianto ancora negli impianti. Esultano le famiglie, tremano migliaia di operai.

Taranto – Per oltre sessant’anni è stato il cuore d’acciaio e, insieme, la ferita aperta di un’intera città. Ora il gigante si spegne. Con una sentenza di 70 pagine depositata giovedì 29 ottobre, le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno respinto tutti i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, confermando lo stop all’area a caldo dell’ex Ilva deciso dalla Corte d’Appello di Milano. Una parola fine che sa di liberazione per migliaia di famiglie e di incubo per altrettanti lavoratori.

A decidere la partita è soprattutto l’amianto: 2.140 tonnellate ancora intrappolate nei cowpers degli altiforni, dove fanno da isolante termico tra la corazza d’acciaio e i mattoni refrattari. Un veleno che l’Autorizzazione integrata ambientale del 2017 imponeva di rimuovere entro il 23 agosto 2023 e che invece è rimasto lì. Insieme alle polveri sottili, per i giudici rappresenta un pericolo “grave e rilevante” per la salute di cittadini e operai. E non serve attendere la prova definitiva del danno: basta il principio di precauzione.

“Il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto al lavoro salubre e sicuro“, scrivono i giudici, ribaltando l’eterno ricatto tra salute e occupazione che da decenni tiene in ostaggio la città.

Gli altiforni, già senza produzione e tenuti in preriscaldo con gas preso dall’esterno grazie all’ultimo decreto del Governo, ora dovranno essere spenti per sempre: il limite massimo è il 15 dicembre. E un altoforno spento non si riaccende. La ripartenza resta possibile solo sulla carta, a patto di rimuovere tutto l’amianto e riportare le emissioni entro limiti di sicurezza. Un’impresa da 6 miliardi di euro secondo l’esperto di siderurgia Carlo Mapelli, che solo lo Stato potrebbe permettersi.

La battaglia era partita nel 2021 da 11 cittadini del comitato Genitori Tarantini, tra cui un ragazzo di 13 anni affetto da una rara malattia genetica. “Siamo al game over per l’altoforno inquinante. La tutela della salute umana prevale sulla tutela dell’altoforno”, esulta l’avvocato Ascanio Amenduni, che li ha assistiti gratuitamente insieme al collega Maurizio Rizzo Striano. Famiglie che, ricorda il legale, hanno messo a rischio “la propria casa, i propri beni” pur di arrivare fin qui. Poi la stoccata: “Doveva essere un gruppo di valorosi, direi quasi eroici cittadini, a portare a questo risultato? Non poteva e non doveva essere la politica a farlo?”.

Dall’altra parte dei cancelli, però, non si festeggia. Acciaierie d’Italia ha già chiesto la cassa integrazione straordinaria per 8.622 dipendenti su 9.626, e il contraccolpo rischia di travolgere anche gli stabilimenti di Genova e Novi Ligure. “Con questa sentenza i lavoratori riacquistano il diritto alla salute, ma perdono il lavoro”, avverte Enzo Mercurio, delegato dell’Usb. “Adesso siamo in netto ritardo”, aggiunge. Venerdì 30 ottobre anche le tute blu dell’ex Ilva incroceranno le braccia nello sciopero generale.

La palla passa ora al governo, chiamato a trovare in poche settimane le risposte che non sono arrivate in decenni. Perché, come riassume lo stesso Amenduni, “non è giusto perdere la salute per il lavoro, non è giusto perdere il lavoro per la salute”.