L’ex Ilva si spegne, altiforni fermi e migliaia di operai a casa

Da oggi stop all’area a caldo di Taranto per ordine dei giudici. Anche Genova e Novi Ligure chiuderanno entro il 15 novembre: scatta lo sciopero nazionale.

Taranto – C’è una data che pesa come una condanna: oggi, venerdì 9 ottobre, il cuore d’acciaio più grande d’Italia ha smesso di battere. Nell’enorme stabilimento ex Ilva, affacciato sul quartiere Tamburi, è stata colata l’ultima ghisa dall’altoforno 2, poi spento e lasciato in “riscaldo”. Da questo momento, sulla fabbrica che per decenni ha dato lavoro e veleni a un’intera città, cala un silenzio mai sentito prima.

Acciaierie d’Italia, la società che gestisce l’impianto in amministrazione straordinaria, ha comunicato a prefetto, enti locali e forze dell’ordine la sospensione di tutte le attività produttive dell’area a caldo, il cuore dello stabilimento ma anche la parte più inquinante. Insieme allo stop è arrivata la richiesta di cassa integrazione per i lavoratori.

A decidere la chiusura è stata la giustizia. Il 27 luglio la Corte d’appello di Milano, accogliendo il ricorso dell’associazione “Genitori tarantini“, ha imposto il fermo dell’area a caldo entro 90 giorni: pesano la presenza di amianto in fabbrica e i limiti mai fissati sulle polveri sottili. L’azienda ha chiesto per due volte di sospendere l’ordine, ma i giudici hanno respinto entrambe le richieste, l’ultima volta lunedì scorso.

Gli impianti resteranno ora in “hot stand-by“, in attesa che la Corte di Cassazione si pronunci il 20 ottobre. Ma se non arriverà un verdetto favorevole, il 24 ottobre si fermerà anche il mantenimento in caldo e dal giorno dopo l’area a caldo verrà spenta in modo definitivo, senza alcuna possibilità di riaccensione.

Da lunedì è stato proclamato uno sciopero nazionale di 24 ore in tutti gli stabilimenti.

A pagare il prezzo più alto sono gli operai. Senza l’acciaio di Taranto si fermano anche gli stabilimenti del Nord: Acciaierie d’Italia ha annunciato la fermata temporanea di Genova e Novi Ligure entro il 15 novembre. I sindaci Silvia Salis e Rocchino Muliere hanno parlato di una “serrata inaccettabile“, una prospettiva insostenibile per migliaia di famiglie e per l’intera filiera siderurgica del Paese.

Il governo prova a tamponare la ferita. Dopo il vertice a Palazzo Chigi, il sottosegretario Alfredo Mantovano ha annunciato un decreto da 125 milioni per gli ammortizzatori sociali, con la cassa integrazione estesa anche ai lavoratori dell’indotto fino a giugno. L’obiettivo dichiarato resta un acciaio “green“, con forni elettrici, ma solo dentro un piano industriale credibile.

I sindacati, intanto, non ci stanno: da lunedì è stato proclamato uno sciopero nazionale di 24 ore in tutti gli stabilimenti. Perché dietro ai numeri, ai decreti e alle udienze c’è il dramma di una città che da quarant’anni è costretta a scegliere tra il lavoro e la salute. E che oggi rischia di perdere entrambi.