L’acciaio si spegne e l’Italia si ferma: sciopero di 24 ore all’ex Ilva

Da Taranto a Genova fino a Novi Ligure, strade bloccate e cancelli presidiati in tutti gli stabilimenti. I sindacati: “Dal governo nessuna prospettiva”.

Taranto – È ancora notte quando i primi operai cominciano a radunarsi davanti alle portinerie. Alle sette del mattino scatta lo sciopero nazionale di 24 ore in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva, da Taranto a Genova fino a Novi Ligure. Un fiume di tute e bandiere che a Taranto blocca la statale 106 e la provinciale per Massafra, mentre a Genova Cornigliano il corteo marcia verso la prefettura con la sindaca Silvia Salis in prima fila. È la rivolta di una fabbrica che si sta spegnendo e, con lei, il cuore dell’acciaio italiano.

La mobilitazione, proclamata da Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb, nasce dalla rabbia esplosa dopo l’ultimo vertice a Palazzo Chigi dell’8 ottobre. Sul tavolo il governo ha messo soltanto la cassa integrazione: un pacchetto da 125 milioni di euro, di cui 80 per la cassa in deroga all’indotto-appalto, finora senza alcuna tutela, e 45 per garantire ai dipendenti diretti di Acciaierie d’Italia il 70% della retribuzione. Una copertura valida fino a giugno 2027, che dovrebbe essere varata con un decreto legge già domani, 13 ottobre.

Ma per le sigle metalmeccaniche la risposta dell’Esecutivo è “del tutto insufficiente”. Mancano le cose che contano: nessun piano industriale, nessun impegno sulla decarbonizzazione e sui nuovi forni elettrici al posto degli altiforni, nessuna risposta sulle richieste per i lavoratori: il riconoscimento del lavoro usurante in acciaieria, l’esposizione all’amianto e agli agenti inquinanti, la pensione anticipata e gli incentivi per chi vuole lasciare volontariamente la fabbrica.

Gli operai in sciopero a Taranto. Foto Facebook/Fim Cisl

A Taranto gli impianti si sono già fermati – agglomerato, altoforno 2 e acciaieria 2 – e da metà novembre toccherà anche a Genova e Novi Ligure, che dipendono dall’acciaio prodotto in Puglia. L’azienda ha pronta una nuova richiesta di cassa straordinaria che fa salire i numeri a 4.500 lavoratori nel gruppo, di cui 3.800 a Taranto; secondo la Fiom sono oltre 5.500 i dipendenti già coinvolti nella fase di preriscaldo.

Dietro lo stop c’è l’ordine di fermata dell’area a caldo imposto dalla Corte d’Appello di Milano con il decreto del 27 luglio, esecutivo e in scadenza il 25 ottobre: la magistratura ha anteposto il diritto alla salute alla produzione, respingendo per due volte i ricorsi dell’azienda. A pesare, oltre ai vincoli giudiziari, c’è anche un dato brutale: a Taranto le materie prime sono finite e non sono state più ordinate, con l’impianto ormai avviato alla chiusura.

A Genova la sindaca Silvia Salis ha aperto il corteo dei lavoratori. Foto Facebook/Silvia Salis Sindaca

Ora tutto si gioca davanti alla Corte di Cassazione, attesa il 20 ottobre: solo un annullamento del decreto milanese potrebbe riaccendere gli altiforni. Intanto la protesta non si ferma. “Stiamo attivando uno sciopero a oltranza“, avverte Luigi Bennardi della Uilm. E Francesco Brigati, Fiom Cgil di Taranto, riassume la rabbia di migliaia di famiglie: “Non possiamo pagare noi per le scelte sbagliate della politica e di tutti i governi di questi anni”.