DEPISTAGGI E MENZOGNE SULL’OMICIDIO DI ALINA COSSU

32 anni di colpevoli silenzi da parte di coloro i quali sono ancora in vita e sanno chi ha ucciso la bella studentessa di biologia. Forse una passione non ricambiata ha scatenato la ferocia dell’assassino che prima di strangolare la vittima, l’aveva colpita a calci e pugni sfigurandola.

PORTO TORRES – Era il 9 settembre del 1988 quando Alina Cossu, 21 anni, studentessa di Biologia e cameriera in un bar, spariva da casa senza lasciare tracce. Il suo corpo senza vita verrà ritrovato il giorno dopo sull’arenile tra Platamone e Abbacurrente da alcuni pescatori. Il cadavere è tumefatto e presenta ecchimosi profonde e sparse in tutto il corpo. L’autopsia stabilirà il decesso per strangolamento dopo aver subito inaudite violenze corporali. Dopo 32 anni di quel terribile omicidio non è rimasto altro che l’atroce ricordo da parte dei parenti, l’ingiustizia di uno o più assassini rimasti impuniti e un gruppo di amici che commemora ogni anno quell’assurdo femminicidio per le strade e sui social network.

Il luogo del ritrovamento del cadavere.

Alina Cossu è una ragazza entusiasta della vita, intelligente e precisa. Iscritta alla facoltà di biologia si mantiene agli studi lavorando come ragazza ai tavoli nello storico bar Acciaro di Porto Torres. La tragedia, infatti, ha inizio subito dopo il termine del suo turno di lavoro quando, una volta uscita dal bar, decideva di non tornare a casa accompagnata, come al solito, dal fratello. Alina, poco dopo, avrebbe avuto un appuntamento con alcune amiche che l’aspettavano al Villaggio Verde, frazione di Porto Torres, dove si sarebbe svolta una festa religiosa. Da quel momento della ragazza si perdevano le tracce. Come verificato dagli inquirenti la ragazza sarebbe stata uccisa in un luogo diverso da dove poi veniva ritrovato il cadavere. All’epoca si era parlato della spiaggia di Abbacurrente, ad una decina di chilometri da Porto Torres, in una zona meta di coppie in cerca di intimità ma anche di balordi.

La Fiat Ritmo bianca di Moalli identica a quella di Ruggiu.

Le piste seguite dagli inquirenti, dapprima in maniera assai approssimativa e superficiale, sarebbero state due ed entrambe riconducibili ad un’auto, una Fiat Ritmo bianca, che alcuni testimoni avrebbero visto in prossimità della spiaggia. L’autovettura è del tutto identica a quella di un certo  Gianluca Moalli e all’auto di Francesco Ruggiu, ex vigile urbano del paese. Moalli avrebbe avuto una frequentazione con Alina la quale, a detta della sorella, si era innamorata del giovane dunque i sospetti potevano essere plausibili. Sul corpo del giovane venivano rilevati dei segni di colluttazione compatibili con le ferite riscontrate sul corpo della vittima. In quanto all’ex vigile urbano altri testimoni avrebbero affermato di aver sentito delle urla di donna provenire dall’abitazione dell’uomo intorno a mezzanotte, orario riconducibile alla morte di Alina. Le indagini ed i successivi processi non portavano a nulla se non ad una serie di accuse e proscioglimenti per gli indagati dell’epoca. Nel 2013 l’allora sostituto procuratore Gianni Caria (oggi procuratore della Repubblica di Sassari), con un lavoro di ricostruzione degli eventi delittuosi davvero certosino, presentava nuovi elementi probatori che convincevano il Gip Maria Teresa Lupinu a riaprire le indagini.

La riesumazione del cadavere.

Nel frattempo la salma di Alina Cossu veniva riesumata e le ricerche dei Ris si concentravano nella ricerca del Dna sotto le unghie della vittima e sotto la sua arcata dentaria. Se i carabinieri avessero trovato il materiale genetico lo stesso poteva essere confrontato con quello di Moalli e dell’ex vigile Ruggiu. Intanto sul registro degli indagati venivano iscritti Pietro Grezza e Antonio Luigi Canu per concorso in omicidio volontario. Anche due donne venivano indagate: Maria Giovanna Finca e Giuseppina Liberata Porcu, accusate di false dichiarazioni al pubblico ministero.

Fermo Banfi, morto suicida.

Per Fermo Banfi, altro indagato storico, nessun ulteriore accertamento giudiziario. L’ottico di 73 anni, che aveva il negozio vicino al bar Acciaro dove lavorava Alina, si suicidava gettandosi dal quinto piano dell’ospedale di Porto Torres dov’era ricoverato per un tumore. L’uomo si era dichiarato da sempre estraneo ai fatti. Il caso veniva di nuovo archiviato.

Colonnello Giovanni De Logu.

Rimangono interessati ancora oggi le dichiarazioni del comandante del Ris di Cagliari, colonnello Giovanni Delogu oggi in pensione:”…Ci siamo persi tutta la scena del crimine – aveva dichiarato l’ufficiale – con quel che ne consegue in quanto la vittima è stata trovata in un luogo diverso rispetto a quello dove l’hanno uccisa…Poi quell’impronta di scarpa scolpita sulle fronte della studentessa riconducibile ad un mocassino indiano…”. Ancora oggi c’è chi sa e non parla.

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