I Casalesi non dimenticarono le accuse di Ciardullo per la tentata estorsione e assassinarono lui e un suo dipendente.
Caserta – Il clan dei Casalesi ha lasciato una lunga scia di sangue, fatta di omicidi maturati per questioni economiche, regolamenti di conti e, soprattutto, per colpire chi aveva trovato il coraggio di parlare e denunciare. È il caso di Antonio Ciardullo, 51enne autotrasportatore di San Marcellino, ucciso il 12 settembre 2008 insieme al suo dipendente, il 43enne Ernesto Fabozzi.
Quel giorno i due si trovavano nel deposito di automezzi di Ciardullo, dove stavano effettuando lavori di manutenzione su un furgone. Una giornata di lavoro come tante, interrotta dall’arrivo di un commando armato. Venti i colpi di pistola esplosi dai sicari, che uccisero entrambi.
L’obiettivo dell’agguato, secondo quanto ricostruito dagli investigatori e successivamente accertato nel procedimento giudiziario, era Ciardullo. Dieci anni prima, nel 1998, l’autotrasportatore aveva denunciato per estorsione Giuseppe Guerra, esponente del clan, contribuendo alla sua condanna.
Secondo le ipotesi investigative, quella denuncia aveva fatto maturare nei confronti di Ciardullo un proposito di vendetta. L’imprenditore era già sfuggito a un precedente agguato, avvenuto proprio dieci anni prima dell’omicidio. Ma la sua scelta di denunciare non sarebbe stata dimenticata.
Nel 2008, durante la stagione stragista dell’ala dei Casalesi con a capo Giuseppe Setola, veniva deciso un nuovo agguato.
Setola, conosciuto come “‘o Cecato”, e il suo fedelissimo Giovanni Letizia, “‘o Zuoppo”, furono individuati come gli esecutori materiali dell’omicidio. Guerra, nel frattempo divenuto collaboratore di giustizia, fu invece indicato come il mandante. La ricostruzione emersa dalle indagini e il successivo processo servirono a chiarire una precisa ripartizione dei ruoli: Guerra avrebbe ordinato l’agguato, mentre Setola e Letizia lo avrebbero materialmente eseguito.
Quel 12 settembre 2008, insieme a Ciardullo venne ucciso anche Ernesto Fabozzi, che si trovava con il suo datore di lavoro. La sua presenza sul luogo dell’agguato lo trasformò nella seconda vittima dell’azione criminale e, stante la ricostruzione degli inquirenti, in un potenziale testimone da eliminare.
L’omicidio di Ciardullo si inserì nella più ampia stagione di violenza dell’ala stragista dei Casalesi guidata da Setola. Una sequenza di omicidi che colpì imprenditori, cittadini e persone ritenute vicine a collaboratori di giustizia.
‘O Cecato’ fu, infatti, autore di vendette trasversali e tra le vittime designate, nel maggio del 2008 a Castel Volturno, cadeva sotto i colpi dei sicari Umberto Bidognetti, padre del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti. Poi, nel 2014, fu lo stesso Setola, nel corso di un’udienza del processo per l’omicidio dell’imprenditore Domenico Noviello, a dichiarare: “Ho ammazzato 46 persone, tra cui Mario Tavoletta, Antonio Diana e un siciliano per il cui delitto sono anche stato assolto“. Un’ammissione raccapricciante.
Per il duplice omicidio di Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi la risposta della giustizia giungeva qualche anno dopo. Nell’aprile del 2011 la Corte d’Assise condannò all’ergastolo Giuseppe Setola e Giovanni Letizia – provvedimento confermato fino in Cassazione nel 2014 – ritenuti gli esecutori materiali del duplice omicidio. Giuseppe Guerra, indicato come mandante e nel frattempo divenuto collaboratore di giustizia, fu condannato nel 2013 a 13 anni e 6 mesi di reclusione.
La vicenda giudiziaria ricostruì così uno degli episodi della stagione di sangue che attraversò il casertano nel 2008, mettendo in relazione l’omicidio di Ciardullo con la sua precedente denuncia per estorsione. Una vicenda nella quale la ribellione al racket, secondo quanto emerso dalle indagini e dal processo, finì per trasformarsi in una condanna a morte.