Chi ha messo le mani sul papello?

I documenti, qualora venissero rinvenuti e se davvero Messina Denaro ne fosse stato il custode, potrebbero avere lo stesso effetto di un terremoto disastroso. La stessa “agenda rossa” di Paolo Borsellino, trafugata dopo l’attentato di via D’Amelio, conteneva appunti estremamente importanti sui sospetti del magistrato nei riguardi di personaggi che dire in vista sarebbe assai riduttivo.

Palermo – La mafia è un fenomeno umano e come tale ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine, diceva Giovanni Falcone ucciso a Capaci con la moglie e la loro scorta. Dunque a ben vedere la consecuzione, in questo preciso momento temporale, dovremmo trovarci nella fase dell’evoluzione, poi culminata con l’arresto di Matteo Messina Denaro, il superlatitante di 60 anni, originario di Castelvetrano, che per trent’anni ha beffato le forze di polizia italiane e straniere.

Matteo Messina Denaro

Dall’epoca dello stragismo dunque si era passati ad una pace apparente, forse mediata dal patto scellerato Stato-mafia, sino alla criminalità organizzata dei colletti bianchi, della politica corrotta e dell’imprenditoria collusa che bene è rappresentata da Denaro, degno erede di Totò Riina ma dal pensiero completamente diverso.

Un altro magistrato, anche lui scomparso ma non per morte violenta, ci viene in aiuto in questa delicatissima fase del post-Denaro ovvero quella delle indagini a tutto tondo per smantellare la rete di fiancheggiatori e complici, ai vari livelli:

”Non ci vengano a dire che Salvatore Riina, poco più di un pastore, è il grande capo. Cerchiamo piuttosto i grandi cervelli della finanza, i banchieri ed i commercialisti che tengono in piedi l’impero. E ovviamente cerchiamo anche gli eredi di Lima”.

La strage di Capaci

Questo il pensiero di Antonino Caponnetto, il magistrato che con Rocco Chinnici aveva creato il “pool antimafia” presso la Procura di Palermo da cui scaturì il primo maxiprocesso a Cosa nostra. Dunque se tanto ci dà tanto non vengano a dirci che Matteo Messina Denaro, poco più che un fattore, è il grande capo. Certo un fattore di rango atteso che esercitava le sue mansioni presso le tenute agricole della famiglia D’Alì Staiti, proprietari della Banca Sicula di Trapani, all’epoca il più importante istituto di credito privato siciliano, e delle saline di Trapani.

Soltanto il 14 dicembre scorso si costituiva al carcere di Opera uno dei rampolli di quella nobile famiglia siciliana, l’onorevole Antonio D’Alì, già ex sottosegretario all’Interno di Forza Italia. Un giorno prima del suo ingresso in cella la Cassazione aveva confermato la sua condanna a 6 anni per concorso in associazione mafiosa.

Antonio D’Alì

Secondo le motivazioni depositate l’anno scorso dai giudici della Corte d’Appello di Palermo “D’Alì ha certamente assunto degli impegni seri e concreti a favore dell’associazione mafiosa e ciò lo si può desumere dalla sua già stabile, affidabile, comprovata e ventennale disponibilità a spendersi in favore di Cosa nostra”. Il politico, secondo i magistrati giudicanti, avrebbe “intrattenuto relazioni con l’associazione mafiosa almeno fino al 2006, agevolando la mafia di Matteo Messina Denaro”.

Insomma i conti tornano ma questa è solo la punta dell’iceberg. Adesso è caccia aperta a certi documenti che fino ad oggi non sono stati trovati. In ballo ci sarebbe anche la famosa “agenda rossa” di Paolo Borsellino non più ritrovata dopo l’attentato mortale di via D’Amelio. Che fine ha fatto quel data-base cartaceo che il magistrato portava sempre con sé e da cui non si separava mai? E’ finito nella mani di Riina, poi di Provenzano e da queste in quelle più goderecce di Messina Denaro?

Una chiave di lettura diversa, stavolta da parte di un mafioso Doc, potrebbe darcela Salvatore Baiardo, ex uomo di fiducia dei boss Graviano, che è tornato, il 22 gennaio scorso, da Massimo Giletti nella sua “Non è l’Arena”. Serioso e composto il picciotto ha parlato:

Salvatore Baiardo

”Il passaggio di mano dell’agenda rossa l’ho visto nel ‘92-93 – ha detto Baiardo – ho visto dei fogli che la riproducevano. Io dico che Graviano non era lì come dicono i pentiti a proposito dell’omicidio di Borsellino. Graviano ha 12 ergastoli, non devo difenderlo per fargliene togliere uno. Ho visto quei fogli che riproducevano l’agenda rossa di Paolo Borsellino…Quell’agenda rossa è passata da mano in mano”.

Ovviamente tutte mani sbagliate ma di quali mani si parla? Quelle dei cosiddetti capi della vecchia Cupola quasi certamente ma di quali altri? Quelle sporche di politici tuttora in carica, grandi imprenditori collusi, multinazionali e broker che macinano miliardi per nome e conto. Troveranno mai quel “papello”?

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