snoopy

B… DI BONTA’

La bontà è amorevole generosità, è tranquilla benignità, è dolce altruismo, è clemente umanità. E non è affatto innata.

La bontà non è naturale: è il duro frutto della ragione. Occorre prendersi a calci per obbligare noi stessi a fare la più piccola buona azione.

L’aforisma è forma eccellente di letteratura, poiché discende da menti raffinate che sanno far tesoro dell’esperienza indissolubilmente legata ad una cultura che ha abbandonato l’erudizione per farsi sintetica sapienza divertita. Di un divertimento amaro che provoca un inevitabile sorriso ed immediatamente lo abbandona per lasciare spazio alla riflessione. A quella sospensione nel tempo, che vive solo per il pensiero che ci ha catturato e che ci rivela quanto un ribaltamento di prospettiva possa essere rivelatore e dissipatore di facili inganni. Già… banalità vuole che la bontà sia una dote innata, che esistano i buoni ed i cattivi come esistono i funghi prataioli e le amanite phalloides. Per noi il concetto di bene e di male è, oltre che vecchio quanto il mondo, anche totalizzante ed indiscutibile. E’ così da sempre e dal bene discendono dunque i buoni, dal male, invece, i cattivi: naturalmente… come il sole scalda e la pioggia cade, come il giallo è il colore dell’apertura, appunto, solare, il grigio del fastidio intermedio confinante con la noia. E questa normalità convenzionale è stata sempre fortificata da un’educazione sociale aliena dall’intaccare qualsiasi sicurezza.

Io appartengo a quella generazione per la quale esisteva il voto in condotta e la condotta, a sua volta, dipendeva assai sovente da una lavagna (di quelle in ardesia, s’intende) su cui una riga di gesso bianco divideva la superficie nella parte a sinistra (quella che, peraltro, si diceva fosse quella del cuore) appartenente ai BUONI e l’altra, a destra, ad appannaggio dei CATTIVI. Va da sé che le due colonne ospitassero quasi sempre gli stessi nomi, va da sé che il discrimine venisse operato dall’alunno chiamato capoclasse, va da sé che s’imparasse presto che l’indifferenza fosse non solo il giusto mezzo, ma, ancor meglio, il requisito più conveniente e remunerativo. Dunque, si diceva, la condizione dell’anima, le pulsioni del cuore sono per lungo tempo entità infuse nell’uomo dalla natura, dalla nascita, forse, anche, dall’ereditarietà.

Ma, tutto sommato, poco importa. Ciò che importa è che ci siano sempre stati i buoni, persino i “troppo buoni” e i cattivi, a loro volta anche “troppo cattivi”.

Invece il nostro aforisma, partenza del nostro vagare nel mondo delle idee è un invito a non abbandonarsi tra le braccia dell’ovvio. La bontà è amorevole generosità, è tranquilla benignità, è dolce altruismo, è clemente umanità. Come si può pensare, allora che la bontà non sia il frutto della ragione, ma semplice inclinazione dell’animo? Spesso ho fatto mio quello strano, sconvolgente per l’uditore, pensiero nietzschiano che vuole la bontà niente altro che una delle diverse forme di egoismo e, tra queste, la più difficile da individuare.

E’ un ribaltamento di visuale: il buono, l’altruista come null’altro che un individuo che fa il suo bene, che pensa a se stesso e che (per non dirlo neppure a se stesso) si maschera da filantropo. Non è un paradosso, non è un’esagerazione, non è una stranezza. Noi, creature sociali che, quanto più ci sentiamo isole, più ci impegniamo per essere accettati dal nostro consorzio umano, noi siamo il prodotto di un itinerario educativo che ha sempre stigmatizzato il male, radicalizzato la condanna, evitato di lasciare scampo all’esecrazione morale.

Sto dicendo che didascalicamente l’uomo occidentale è stato “allevato” alla distinzione intransigente tra le due categorie comportamentali: in altre parole nessun punto di nero nel campo bianco, nessun punto di bianco nel campo nero come da altrettanto millenaria esemplificazione del tao. Nella realtà, quella quotidiana, la nostra disciplina che sconfina nell’ammaestramento, ha prodotto una coscienza edotta soltanto della felicità imperfetta e della latenza sottile del senso di colpa. Come, allora, giungere a quella condizione dell’anima che amplia il respiro e rende l’esistenza trasparente, pacata, finalmente e lietamente appagata del solo fatto di esistere? Attraverso l’essere buoni, attraverso il rincorrere il bene degli altri, attraverso il compiere il sacrificio di se stessi per… (e non importa in quale misura).

La nostra ragione condizionata finisce per dirci che quella di pensare agli altri per poter pensare a noi stessi possa essere la via più rapida, diciamo pure il male minore, per raggiungere uno sperato, pacificante benessere. Grandi e numerosi sono gli esempi dei benefattori dell’umanità, ma io desidero appoggiarmi ad uno, al più grande, a quello incontestabile per evidenziare una volta ancora il concetto che “occorre prenderci a calci per compiere la più piccola buona azione”, parlo di Madre Teresa di Calcutta. Santa attraverso un processo di beatificazione che non aveva necessità né di giustificazione né di attese, santa per aver vissuto una vita dimentica di se stessa, eppure… con il trascorrere del tempo viene alla luce quel colloquio sfibrato con Dio, quella stanchezza sfinita, quella lotta quotidiana e perpetua che a Lui, solo, potevano essere dichiarati. Santa, perché era straordinariamente buona? No. Santa perché in quel Paese e in quel momento storico era giusto agire come Lei ha deciso (e sottolineo “deciso”) di fare. Una scelta ragionata, non imposta, non casuale: in grande, ma non attraverso un processo che trova la sua centralità nello straordinario, nel Divino. E noi poveri normali, esseri umani con un Dio o senza di Lui, anche noi stringiamo i denti ed ogni giorno, uno dopo l’altro, “facciamo” (pure noi) quello che è “bene fare” nel nostro momento. Ma non per questo siamo idiotamente buoni.

M.R.

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