Un dirigente arrestato, un manager della sanità indagato e presunti legami con Cosa Nostra: la Procura di Palermo svela un sistema di corruzione che avrebbe infiltrato le infrastrutture portuali dell’isola.
Palermo – C’è un momento nell’inchiesta della Procura di Palermo che vale più di mille pagine di atti giudiziari. È il 20 agosto 2025. Un dirigente regionale di 67 anni, nel mezzo di un appuntamento per incassare una presunta tangente, nota un poliziotto in borghese. Non scappa, non si irrigidisce. Si avvicina con calma, inforca un paio di occhiali Ray-Ban e lo fotografa di nascosto grazie alla microcamera integrata nella montatura. Poi avverte il suo interlocutore e torna a casa a nascondere i contanti.
Quell’uomo si chiama Giancarlo Teresi. E quella scena dice tutto su chi era, su quanto si sentisse al sicuro e su quanto a lungo quel sistema avesse funzionato senza intoppi.
Per capire lo scandalo che ha investito la Regione Siciliana bisogna partire da un dato che, da solo, solleva più di una domanda: Teresi era già stato arrestato nel 2020. La Procura di Messina, diretta allora dall’attuale procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, lo stesso che oggi lo ha fatto arrestare di nuovo, lo aveva indagato per corruzione nell’ambito di un appalto da oltre un milione di euro per il dragaggio del porto di Mazara del Vallo. Secondo quella prima accusa, aveva ricevuto un’Alfa Romeo d’epoca, soggiorni in hotel e cene pagate in cambio di favori nell’aggiudicazione dei lavori. Quel processo è ancora in corso.
Non basta. Teresi è figlio di Giovanni Teresi, condannato per mafia in quanto appartenente alla famiglia di Santa Maria di Gesù.
Eppure, nonostante tutto questo, la scorsa estate la Regione Siciliana gli ha concesso una proroga di due anni oltre l’età pensionabile. Qualcuno ha firmato quell’autorizzazione. Qualcuno ha ritenuto che fosse l’uomo giusto per continuare a gestire appalti milionari sulle infrastrutture portuali dell’isola.
Al centro del sistema descritto dagli inquirenti c’è il rapporto tra Teresi e Carmelo Vetro, boss di Favara già condannato a nove anni per associazione mafiosa con sentenza definitiva. Nonostante le interdittive antimafia che gravavano su Vetro, la sua società – An.Sa. Ambiente s.r.l., formalmente intestata a prestanome – avrebbe continuato a lavorare e a guadagnare grazie alla copertura del dirigente regionale.
Le tangenti, secondo l’accusa, venivano consegnate direttamente nell’ufficio di Teresi: Vetro infilava i contanti in una cartellina gialla o in uno zaino nero. I porti siciliani diventavano occasioni di guadagno: Marinella di Selinunte, Donnalucata, Terrasini. Per ognuno, una variante fittizia, un affidamento diretto, un documento aggiustato. Una volta Teresi avrebbe lavorato addirittura la Vigilia di Natale, dalla sua email personale, per chiudere in fretta una pratica da 8.000 euro.
Il cerchio si allarga quando entrano in scena i fratelli Giovanni e Matteo Filardo, cugini di primo grado di Matteo Messina Denaro. Nel cantiere del Polo Tecnologico di Castelvetrano, secondo i Pm, Teresi avrebbe chiuso entrambi gli occhi sui controlli antimafia, permettendo alla loro società di operare nonostante un’interdittiva prefettizia. Giovanni Filardo, già condannato a dodici anni per mafia, avrebbe persino girato liberamente per il cantiere come se ne fosse il proprietario. Per farlo pagare, Teresi avrebbe falsificato documenti e gonfiato gli stati di avanzamento lavori.

Accanto a Teresi, nell’inchiesta compare una figura di tutt’altro profilo: Salvatore Iacolino, ex parlamentare europeo, ex assessore, dirigente sanitario di lungo corso e uomo considerato vicino all’attuale presidente della Regione Renato Schifani. Pochi giorni prima di finire nel registro degli indagati, era stato nominato direttore generale del Policlinico di Messina.
Iacolino è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata. Anche lui originario di Favara, anche lui, secondo i Pm, in rapporti con Vetro. La sua utilità presunta per il sistema non sarebbe stata quella di firmare pratiche o incassare buste, ma qualcosa di più sottile: aprire porte, facilitare incontri, costruire canali. Avrebbe agevolato contatti. In cambio, secondo l’accusa, avrebbe ricevuto finanziamenti elettorali e promesse di assunzioni.
Schifani, dopo la notizia, ha convocato la Giunta per avviare la sospensione di Iacolino dall’incarico appena assegnatogli.
Ciò che colpisce di questa vicenda non è solo la gravità delle singole accuse, ma la durata e la solidità del sistema descritto dagli inquirenti. Un dirigente già arrestato per corruzione che ottiene la proroga del proprio incarico, appalti pubblici gestiti per anni in favore di soggetti con condanne definitive per mafia, controlli antimafia sistematicamente elusi. Una macchina che, secondo la Procura di Palermo, ha girato indisturbata per anni, dentro le stanze di una delle regioni più complesse d’Italia.