Accolto il ricorso della difesa: 39 giorni in meno sulla pena residua. Il legale: “Non è solo una vittoria per lui, ma per tutti i detenuti che vivono nelle stesse condizioni”.
Roma – Il tribunale di Sorveglianza di Roma ha tagliato 39 giorni dalla pena residua di Gianni Alemanno, fissando la data di scarcerazione al 24 giugno. La decisione arriva su istanza del difensore Edoardo Albertario, che aveva portato all’attenzione del magistrato qualcosa di più di un semplice computo di giorni: la qualità della vita dentro il carcere.
L’ex primo cittadino della Capitale era finito a Rebibbia l’ultimo giorno del 2024, arrestato per non aver rispettato le regole della misura alternativa che stava scontando. Alle spalle aveva una condanna a 22 mesi per traffico d’influenze, unico capo d’accusa sopravvissuto al processo legato all’inchiesta Mondo di Mezzo, un’indagine che aveva attraversato anni di cronaca giudiziaria romana e da cui Alemanno era uscito assolto su tutto il resto.
Quello che l’ordinanza del tribunale stabilisce va però oltre la vicenda personale dell’ex ministro. Mette nero su bianco che le condizioni di detenzione patite da Alemanno e da una larga parte della popolazione carceraria di Rebibbia non sono conformi agli standard minimi di dignità che uno Stato dovrebbe garantire a chi è privato della libertà. È esattamente la tesi che la difesa sosteneva da mesi, e che ora trova un riconoscimento formale.
“Il risultato che conta davvero non è la riduzione della pena”, dice l’avvocato Albertario, “è che un giudice abbia messo il timbro su ciò che Alemanno denuncia dall’interno: celle sovraffollate, condizioni igieniche inadeguate, una quotidianità che stride con qualsiasi idea di rieducazione.” Dall’interno del penitenziario, nei mesi scorsi, l’ex sindaco aveva già alzato la voce su un episodio rimasto nell’ombra: tre detenuti morti nel giro di pochi giorni, senza che la notizia raggiungesse le redazioni. Ora almeno una parte di quella denuncia ha trovato ascolto.