La Corte d’Assise di Parma ha emesso il verdetto dopo tre ore di camera di consiglio. La Procura aveva chiesto 26 anni.
Parma – Tre ore di camera di consiglio, poi il verdetto: ventiquattro anni e tre mesi. La Corte d’Assise di Parma presieduta dal giudice Alessandro Conti ha condannato Chiara Petrolini, ventiduenne di Traversetolo, per l’omicidio del secondo dei due neonati partoriti clandestinamente e sepolti nel giardino di famiglia. Per il primo bambino, nato nel maggio 2023, è arrivata l’assoluzione. La Procura aveva invocato una pena di due anni superiore a quella comminata.
La storia era venuta a galla nell’estate del 2024 grazie a una scoperta fortuita. Mentre Chiara era oltreoceano con i genitori, un cane aveva intercettato qualcosa sotto il terreno del giardino di casa a Vignale di Traversetolo. Gli inquirenti avevano trovato i resti di un neonato. Scavando ancora, un mese dopo, ne era emerso un secondo. Le analisi medico-legali avevano chiarito che entrambi erano venuti al mondo vivi, a gravidanza conclusa. Il DNA e le stesse parole dell’imputata avevano confermato il resto.
Ciò che le indagini avevano ricostruito nei mesi successivi aveva disorientato chi credeva di conoscerla. Chiara aveva portato avanti due gravidanze senza che nessuno, i genitori, le amiche, il fidanzato e padre dei bambini, si accorgesse di nulla. In superficie conduceva una vita ordinaria: usciva, lavorava come babysitter, fumava con gli amici. Chi le affidava i propri figli la descriveva come una ragazza luminosa, capace di una tenerezza genuina con i bambini. Nelle ricerche sul suo telefono, però, c’erano domande su come interrompere una gestazione, su come nasconderla.
La perizia psichiatrica ha escluso qualsiasi deficit della capacità di intendere e volere, pur rilevando una fragilità emotiva e un’immaturità che avevano pesato sulla valutazione complessiva. Negli incontri con gli specialisti, Chiara aveva raccontato di aver desiderato il secondo figlio, di essersi ripresa dal parto e di aver trovato il neonato già senza vita. Aveva attribuito la morte al cordone ombelicale, sostenendo di non sapere come gestire quel momento. Sulle sepolture in giardino aveva detto di non aver percepito di fare qualcosa di sbagliato, di volerli tenere vicini.
Davanti alla Corte, prima che la procura depositasse le sue conclusioni, Chiara ha preso la parola. Ha respinto l’immagine di sé che il processo aveva proiettato all’esterno. “La vita che tutti vedevano era una superficie”, aveva spiegato. “Dentro portavo una solitudine che non riuscivo a spiegare a nessuno, una sensazione di essere sbagliata, di non stare mai bene davvero”. E sui figli: “Non ho mai voluto fargli del male. Erano parte di me”.
Il tribunale ha ritenuto queste parole insufficienti a cambiare il quadro delle responsabilità, ma ha comunque riconosciuto all’imputata un profilo più mite rispetto a quanto richiesto dall’accusa.