Acqua sprecata e siccità in aumento: Italia divisa in due

Il rapporto “C’era una volta l’acqua”, presentato da Alleanza Verdi e Sinistra, incrocia dati di Istat, Ocse e Copernicus per denunciare le falle della rete idrica e l’avanzata della crisi climatica.

Perugia – A Potenza sette litri d’acqua su dieci di quelli immessi in rete si perdono prima di raggiungere un rubinetto. A Como, agli antipodi, la percentuale scende a poco più del 9%. È da questo divario tra territori che parte il dossier “C’era una volta l’acqua”, presentato a Perugia da Alleanza Verdi e Sinistra e costruito incrociando i dati di Istat, Ocse, Copernicus e altri enti scientifici. Il documento mette in relazione due fenomeni che si alimentano a vicenda: una rete di distribuzione colabrodo e una siccità che si fa sempre più severa lungo tutta la penisola.

Sul fronte climatico, il dossier richiama gli studi del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici, secondo cui la scarsità d’acqua oggi dipende sempre meno dal calo delle piogge e sempre più dall’aumento delle temperature, che accelera l’evaporazione da suoli, fiumi e laghi, rendendo la siccità più frequente, intensa e prolungata.

Le proiezioni citate stimano che le aree aride del pianeta potrebbero arrivare a coprire l’11% della superficie terrestre entro il 2100, mentre l’Ocse segnala che la superficie mondiale esposta al fenomeno è già raddoppiata tra il 1900 e il 2020. L’Italia figura tra i Paesi più esposti: l’Osservatorio europeo sulla siccità colloca vaste porzioni del Centro e del Sud in stato di allerta o allarme, con la Sicilia come la regione più vulnerabile in assoluto, dove il rischio di desertificazione riguarda circa il 70% del territorio. Il bacino del Po attraversa una fase di severità idrica, il Lago Maggiore si trova circa un metro sotto la media stagionale e il Trasimeno è vicino ai minimi storici. Bonelli segnala inoltre la risalita del cuneo salino dal delta del Po, che penetra ormai per 14-15 chilometri nell’entroterra, con conseguenze dirette su agricoltura, irrigazione e biodiversità.

Sul versante della distribuzione, l’Istat stima al 42,4% la quota di acqua persa lungo le reti pubbliche italiane: 3,4 miliardi di metri cubi che ogni anno non arrivano nelle case, un volume sufficiente a coprire il fabbisogno di 43,4 milioni di persone, circa il 75% della popolazione nazionale, per un danno economico che il dossier quantifica in oltre 9 miliardi di euro l’anno. Le perdite più gravi si concentrano al Sud, dove Basilicata (65,5%), Abruzzo (62,5%), Molise (53,9%), Sardegna (52,8%) e Sicilia (51,6%) superano abbondantemente la metà dell’acqua immessa in rete.

Il Nord fa registrare valori generalmente più bassi della media nazionale, con le eccezioni di Veneto e Friuli-Venezia Giulia, sostanzialmente allineati al dato italiano, mentre Emilia-Romagna, Valle d’Aosta e Lombardia risultano le regioni più virtuose. A livello di capoluoghi, dopo Potenza le città con la dispersione più alta sono Chieti (70,4%) e L’Aquila (68,9%), mentre oltre a Como si distinguono in positivo Pavia (9,4%) e Monza (11%).

Per il co-portavoce di Europa Verde e deputato di Avs Angelo Bonelli, che ha presentato il dossier, questi numeri raccontano una situazione eticamente inaccettabile e rendono l’Italia un caso praticamente unico al mondo per la fatiscenza delle proprie condotte idriche, in un quadro in cui siccità e desertificazione danneggiano economia, biodiversità e qualità della vita. Da qui la richiesta di un piano di adattamento a lungo termine per le città, che riduca la dispersione idrica, limiti il consumo di suolo e ridisegni la politica energetica nazionale. Tra le misure indicate, l’installazione di pompe di calore per garantire alla popolazione anziana il diritto a un’abitazione fresca, una legge contro il consumo di suolo che vieti i giardini pavimentati in cemento o piastrelle, e la diffusione di foreste urbane, capaci di abbassare le temperature cittadine di 5-6 gradi.

Bonelli punta il dito anche sulla politica energetica del governo, orientata a trasformare l’Italia in un hub del gas europeo nonostante la dipendenza dai combustibili fossili resti, a suo avviso, un problema irrisolto. Il deputato ricorda che il piano nazionale di adattamento climatico esiste già ed è stato approvato, ma non è mai stato finanziato, e accusa l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni di occuparsi di tutto tranne che della crisi climatica, per un’impostazione ideologica che tende a negarla, mentre le risorse pubbliche vengono destinate ad altro, dagli sgravi ai petrolieri alla riforma della legge elettorale.