snoopy

A… DI APATIA

La nostra è una brevità di essenza: rattrappimento del linguaggio comunicativo, raccorciamento delle relazioni, contrattura della conversazione profonda, raggrinzimento della memoria

Quando “Pop” si è rivolto a me per la stesura di un pezzo, io, persona a cui la vita ha insegnato alquanto fortunosamente a non stupirsi di nulla… mi sono stupita. Come essere partecipe di un quotidiano giovane, pragmatico, incisivo, io che porto con me una nota profondamente demodé, assai cruscante, vagamente conservatrice? Come?

Ecco: facendo quello che da sempre mi è familiare. Tenere presente che ogni categoria è opinabile e, dunque, per questo solo fatto, inesistente. Asserzione tanto più valida quando si tratta di opinionismo e pertanto, cominciando a vagabondare tra le idee delle quali sarebbe valsa la pena dissertare con voi, ho avuto solo la difficoltà della scelta. Un audace volo pindarico mi ha portato a pensare che il modo più certo, affinché non mi sfuggisse qualcosa d’importante, ed una tematica non prevalesse su un’altra, fosse di mettere in atto una proposta in ordine alfabetico. Quindi oggi, sono qui a ragionare, ovviamente, di un vocabolo appartenete alla lettera A, vale a dire dell’apatia.

Secondo il dizionario della lingua italiana “apatia” è nome composto derivante dal greco a-privativo e pathos = passione pertanto senza pathos e senza passione.

Ecco che mi corre l’obbligo di un distinguo iniziale: si badi bene, io non intendo parlare di quel pathos che attanaglia cuore, viscere e, perché no, mente, che ispira angoscia, violenza, atti inconsulti e che così bene si esemplifica per esempio nell’innamoramento, no questo tipo di pathos è sovrabbondante ed intramontabile ed io, invece, voglio dare rilievo a quella mancanza di reazione vitale che ci rende tutti somiglianti a degli omerici mangiatori di loto, a dei privilegiati abitanti di un Eden sinora vagheggiato e finalmente aperto alla nostra esplorazione.

Pensiamoci. Non si vuole qui riproporre l’invito all’indignazione di Stephane Hessel, non si vuole rispolverare la figura del “bombarolo”, né tantomeno ricelebrare un marinettiano culto della reazione muscolarmente virile, più semplicemente si vuole porre l’accento sulla brevità che caratterizza la giusta, sacrosanta reazione che l’animo non può rifiutare quando si palesa l’ingiustizia, la prevaricazione, la negazione di un diritto, la violenza, l’imbecillità.

A me non basta l’immediato reagire, non basta la sollecitazione a provare di nuovo il pathos io desidero “il ricordo di quel pathos“. Condivido l’“indignatevi” di Hessel, ma ritengo non sia sufficiente.

Infatti l’apatia come fenomeno sociale non nasce dal fatto che gli individui singolarmente non provino risentimento, irritazione, rabbia, insomma reazioni, cosa spontanea e ineludibile, ma, piuttosto, del fatto che innumerevoli passioni individuali non riescano a trasformarsi in pathos collettivo.

E’ chiaro che non desidero neppure sfiorare l’idea del qualunquismo, dell’indifferenza, della superficialità, perché l’apatia che io definisco sociale è fenomeno non assimilabile a questi concetti, ma inerente ad una situazione emotivamente generalizzata che per essere interpretata necessita di un percorso secondo due direttive: una, la più evidente, anche un po’ banale, prende in considerazione la brevità che caratterizza il nostro attuale “essere” e che è cosa diversa dalla concentrazione di tempo e  di spazio che faceva dire ad Hobsbawn del novecento “il secolo breve”.

La nostra è una brevità di essenza: rattrappimento del linguaggio comunicativo, raccorciamento delle relazioni, contrattura della conversazione profonda, raggrinzimento della memoria. Ed è proprio questa veloce dimenticanza che impedisce l’elaborazione di un pensiero coerente, propositivo, aggregante.

In secondo luogo occorre guardare all’apatia come alla difesa dal disgusto, dalla delusione, dalla mancanza di speranza che è cosa ancor più crudele della disperazione poiché quest’ultima necessita dell’occasione che la suscita e lascia spazio al superamento, mentre la prima è condizione dell’anima che mantiene l’individuo in una nebbia limbica e deprivante.

E’ evidente che l’apatia di una società dipende da responsabilità ben individuabili, ben analizzabili, ma anche così vaste ed incancrenite da far preferire una cortina sedativa della realtà ad una sosta che possa preludere ad un qualche ripensamento. L’apatia a cui assistiamo non vuole essere tradotta in “impassibilità”, non è britannico self control importato, non deriva da una educazione civile più avvertita: è sinonimo di desolante, quasi buzzatiana, memoria.

E’ innegabile che in queste mie elucubrazioni ci sia una proustiana nostalgia della parola “popolo“, ci sia una gaberiana reminiscenza del vocabolo “partecipazione”, ma sicuramente c’è desiderio di fresca prospettiva, di costruttiva fantasia, di freschezza, di fiduciosa consapevolezza.

C’è voglia di quel pathos che trasforma il temine “io” in un appagante “noi”.

Marina Rollandini, insegnante in materie letterarie 

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