Quattro ore di interrogatorio per la professoressa dell’Istituto agrario di Riccia. Con Antonella Di Ielsi,, dicono, non si rivolgevano più la parola.
Campobasso – C’è un giallo che da nove mesi tiene il Molise col fiato sospeso, e una domenica di settembre che avrebbe dovuto essere di riposo si è trasformata in quattro ore di domande serrate negli uffici della Squadra mobile. Nell’inchiesta sulla morte per avvelenamento da ricina di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia 15enne Sara Di Vita, gli inquirenti tornano a bussare alla porta delle persone più vicine alla famiglia. E stavolta a varcare la soglia della Questura di Campobasso è un volto che nel fascicolo compare da mesi.
A presentarsi, questa mattina, è la professoressa di matematica dell’Istituto agrario di Riccia, amica d’infanzia di Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime. Monia – questo il nome della donna – è entrata intorno alle 8 ed è uscita poco prima di mezzogiorno. Ascoltata come persona informata sui fatti, non risulta indagata.
Le domande, secondo quanto trapela, avrebbero riguardato soprattutto i suoi rapporti con Gianni e con la moglie. Un dettaglio pesa più degli altri: tra Monia e Antonella i rapporti non erano affatto buoni, al punto che le due donne non si rivolgevano più la parola.
Non è la prima volta che l’insegnante si siede davanti agli inquirenti. Il passaggio più delicato risale al 20 agosto, quando fu convocata insieme a Di Vita per un confronto durato circa sei ore davanti alla procuratrice di Larino Elvira Antonelli e al capo della Mobile Marco Graziano: alla base, le divergenze emerse nelle dichiarazioni. E non è l’unica a essere tornata in Questura: venerdì 11 settembre era stata sentita per tre ore anche Laura Di Vita, cugina di Gianni, che dopo la tragedia aveva ospitato l’uomo e la figlia Alice.
Il filone sui rapporti personali si intreccia con quello che porta dritto alla scuola. Dagli accertamenti informatici è emerso che da alcuni computer dell’Istituto agrario di Riccia sarebbero partite ricerche sulla ricina, il veleno che ha ucciso madre e figlia. Per risalire all’origine di quelle tracce telematiche sono stati attivati anche canali di cooperazione internazionale. Nelle prossime ore dovrebbe essere ascoltato pure il marito della professoressa, tecnico di laboratorio nello stesso istituto.
Il dramma era cominciato la sera del 23 dicembre 2025, con una cena nella casa di via Risorgimento a Pietracatella: in tavola cozze avanzate, salumi e una giardiniera di verdure. Nei giorni successivi Antonella, Sara e Gianni accusano nausea, vomito e forti dolori: prima si pensa a un’intossicazione alimentare, poi il quadro precipita. Sara muore il 27 dicembre, la madre la mattina seguente. Il padre sopravvive – gli esami lo escludono da ogni contatto con la tossina – così come la primogenita Alice, 19 anni, quella sera fuori a mangiare una pizza con gli amici.
A svelare l’arcano furono gli specialisti del Centro antiveleni Maugeri di Pavia, che dopo aver vagliato circa 1.500 sostanze isolarono la ricina, potente tossina ricavata dai semi del Ricinus communis. Da allora l’inchiesta è cambiata volto: da tragica fatalità a duplice omicidio. Il fascicolo resta contro ignoti, per omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico. E la domanda che muove ogni interrogatorio è sempre la stessa: chi ha portato quel veleno a quella tavola, e perché.