L’indagine non si è fermata un istante, tra interrogatori serrati e volti mai sentiti prima. Il cerchio, lentamente, si stringe.
Pietracatella (Campobasso) – Sei ore, dalle 11 alle 17, chiuso negli uffici della Questura di Campobasso. Tanto è durato il faccia a faccia tra Gianni Di Vita, 56 anni, e Monia, l’amica d’infanzia oggi insegnante di matematica a Riccia. Un confronto drammatico, ordinato dalla Procura solo quando tra due testimoni emergono “gravi discordanze”, nel cuore dell’inchiesta sulla morte per ricina di sua moglie Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della loro figlia Sara, appena 15, avvelenate lo scorso Natale nella loro casa di Pietracatella. All’uscita, circondato dai cronisti, l’uomo si è limitato a una frase gelida: “A molte di queste domande potete darvi risposte da soli”.
I due sono entrati quasi alla stessa ora, da ingressi diversi, per non incrociarsi prima del confronto. Ad assistere, la procuratrice di Larino Elvira Antonelli e il capo della Mobile Marco Graziano. Per Di Vita, commercialista ed ex sindaco Pd del paese dal 2006 al 2014, è la quinta audizione da quando l’inchiesta è aperta contro ignoti per omicidio volontario aggravato. Per Monia, sentita la prima volta il 27 maggio, è la terza.
In un primo momento si era pensato che la donna al confronto fosse l’amica di famiglia già indagata per favoreggiamento, quella che avrebbe omesso di riferire agli inquirenti le forti tensioni dentro casa Di Vita. Ma non era lei, bensì Monia, legata all’ex sindaco da un’amicizia che risale all’adolescenza e che, insieme alla cugina Laura – una “zia” per le ragazze – siede nel direttivo del premio dedicato a Fabrizio De André, il cantautore a cui Di Vita da primo cittadino aveva intitolato pure il lungomare. Martedì scorso è stata risentita anche Alice, 19 anni, la sorella maggiore sopravvissuta, chiamata a ricostruire nel dettaglio i pasti del 23 e 24 dicembre: chi cucinò, chi portò le pietanze in tavola.
A far tremare la versione dell’uomo è un tassello arrivato da Berlino. Gli esperti del Robert Koch Institute, punto di riferimento europeo sul bioterrorismo, hanno comunicato alla Procura i primi esiti sugli esami del sangue prelevati il 1° luglio: negativi alla ricina sia lui sia la figlia Alice, in linea con quanto già rilevato dal Centro Antiveleni di Pavia. Un dato che stona con il suo racconto, secondo cui anche lui sarebbe entrato in contatto con cibo contaminato, tanto da farsi ricoverare allo Spallanzani di Roma insieme a moglie e figlia. Secondo un’indiscrezione del quotidiano molisano Primo Piano, il team tedesco avrebbe già individuato il “vettore” del veleno, forse una bevanda o l’acqua.
La procuratrice Antonelli, però, frena: “Non c’è, al momento, ancora una comunicazione scritta circa la positività anticorpale” e ribadisce che “non ci sono, allo stato, indagati“ per il duplice omicidio. A Larino corrono in parallelo due filoni: quello per omicidio colposo che coinvolge cinque medici dell’ospedale di Campobasso e quello per omicidio volontario premeditato. In questi mesi sono state sentite centinaia di persone e sequestrati un computer e dieci pen drive dello studio di Di Vita. Perfino nel ponte di Ferragosto la Mobile non si è fermata un istante, tra interrogatori serrati e volti mai sentiti prima. Il cerchio, lentamente, si stringe.