Anche l’Italia, e non poteva essere altrimenti, è presente in zona con le migliori dragamine della nostra flotta. Le tensioni andranno avanti ancora per molto tempo.
Sui mass media di tutto il mondo non si fa che parlare dello stretto di Hormuz, per lo più sconosciuto ai più prima del 28 febbraio 2026, quando Israele e USA hanno iniziato l’attacco armato contro l’Iran. Lo stretto non appartiene in senso esclusivo alla repubblica islamica, pur essendo delimitato anche dalle sue acque territoriali.
Si tratta infatti di un corridoio internazionale di navigazione, regolato da passaggi obbligati per le navi in transito, con la presenza significativa anche dell’Oman sull’altra sponda. E’ balzato alla ribalta della cronaca mondiale perché è uno dei passaggi marittimi più importanti per l’energia globale. Secondo diverse stime circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno transitano nello stretto.
Ciò equivale a circa un quinto del consumo petrolifero mondiale. Perciò desta tanto interesse, per un fatto squisitamente commerciale perché da quel passaggio dipendono le sorti di molte economie mondiali. Eppure lo scorso 18 giugno era stato siglato un accordo preliminare tra Iran e USA, che prevedeva la fine del blocco statunitense di Hormuz, la riapertura dello Stretto, la revoca delle sanzioni petrolifere, lo sblocco dei fondi iraniani congelati e l’impegno degli Usa a ritirare le forze dalle aree circostanti l’Iran.
Tuttavia il patto non è stato rispettato e ognuna delle due contendenti ha accusato l’altra di averlo violato. Sta di fatto che l’Iran ha ribadito che lo Stretto di Hormuz è chiuso alla navigazione. Come ha scritto, infatti, il 12 luglio scorso in un post su X l’Autorità iraniana per lo Stretto del Golfo Persico “A causa dei recenti movimenti illegali delle forze militari statunitensi nella regione, il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz è attualmente impossibile“.
Non si sa come la situazione si evolverà ma il problema di fondo è che, pur in una soluzione del conflitto, la crisi dello Stretto potrebbe protrarsi ancora per molto tempo a causa delle mine sparse nei fondali di quel tratto di mare. E’ un argomento poco dibattuto. L’unica cosa certa è che ci sono ma si è all’oscuro su chi le ha realmente lasciate lì.
Le notizie sono confuse e quelle che si hanno sono frammentarie. Sembra che molte navi abbiano percorso il canale durante il conflitto solleticando le mine senza investirle. Nello scorso mese di marzo il Comando Centrale degli USA in una nota ha fatto sapere di avere colpito 16 navi posamine dell’Iran nei pressi dello Stretto.
Ma gli effetti di simili interventi non sono né chiari, né certi. Gli USA hanno implorato l’aiuto dei paesi europei per disinnescare i fondali minati. Pare che gli europei da bravi scolari abbiano accolto la richiesta statunitense. Molti critici sostengono di essersi trattato di un ordine camuffato, a cui l’Unione Europea (UE) non poteva sottrarsi. Anche l’Italia ha risposto presente, inviando le sue migliori dragamine della flotta nazionale.

Su “Il Sole 24 ore” è apparto un minuzioso resoconto sui costi dell’intera missione. Si parla di una cifra oscillante tra i 40 e 60 milioni di euro in 1 anno. L’aspetto positivo di questa ignobile vicenda, sempre secondo il quotidiano di Confindustria, è che l’operazione potrebbe essere coordinata da Francia, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi e Italia.
E chissenefrega si potrebbe rispondere! Invece pare che potrebbe essere un segnale di indipendenza rispetto agli USA in un contesto in cui quest’ultimi hanno sempre recitato la parte del leone. Pare che una parte delle mine iraniane siano di alto livello tecnologico. Si tratta, infatti, di mine di fondo, posizionate direttamente sul fondale marino.
Sono dotate di sensori magnetici, acustici o di pressione, e si attivano al passaggio delle navi; mine ancorate, che restano sospese appena sotto la superficie dell’acqua, collegate da un cavo a un’ancora sul fondo del mare; mine galleggianti e a deriva, ovvero sfere riempite per metà di esplosivo e per metà da una sacca d’aria, che seguono le correnti, risultando imprevedibili e difficili da tracciare. Sono molto pericolose anche perché essendo poste in profondità, spesso sono invisibili.
Finanche l’Iran ha difficoltà a localizzare e disinnescare tutte le mine sparse. Ma era proprio necessario impelagarsi in uno scenario simile?