Guai a voi che consumate tanto, siete un pericolo

Nei Paesi emergenti come la Cina le famiglie ricche si sono messe in riga e stanno recuperando nel consumare meno per non danneggiare l’ambiente.

Si è lasciato fare al libero mercato senza controlli rilevanti ed ecco il grave prezzo da pagare: i meno numerosi della popolazione, il 10% che consuma a dismisura produce danni ambientali, al clima e alla biodiversità per un ammontare che varia tra 1,7 e 5,7 mila miliardi di dollari annui. La cifra è approssimata per difetto in quanto sono considerati consumi tipo il cibo, l’energia e simili, ma non i capitali impiegati.

Non sono numeri scaturiti da un’estrazione ma il risultato di uno studio dell’Oxford Martin School (istituto di ricerca interdisciplinare), dell’Università di Oxford (la più antica Università anglosassone) e dell’Università di Leiden (Paesi Bassi). La cifra è superiore a quanto le istituzioni internazionali si sono impegnate ad investire per la crisi climatica.

Secondo i calcoli dei ricercatori un individuo appartenente al famigerato 10% consuma ogni anno una cifra tra i 2.300 e 7.500 dollari. Oltre il 60% dei più danarosi al mondo vive negli USA e nell’Unione Europea (UE). Poiché le avversità non vengono mai da sole, ecco che per un processo di imitazione anche nei Paesi emergenti, Cina in testa, le famiglie ricche si sono messe subito in riga e stanno recuperando nel consumare meno per non danneggiare l’ambiente.

Sono 2 i fattori che incidono sui danni: il consumo di carne rossa, responsabile della deforestazione e l’energia per l’uso di combustibili fossili. La biodiversità paga il prezzo più alto, pari a oltre il 50% dei danni climatici, seguita con una percentuale lievemente inferiore dai mutamenti climatici. Gli autori dello studio sostengono che entrambe le crisi vanno affrontate congiuntamente e non separatamente come fatto finora.

Gli effetti deleteri costituiscono costi reali pagati da ecosistemi, intere fasce di popolazione, in quanto fragili, sono vittime di siccità ed inquinamento. Altre vittime predestinate sono tutte quelle persone, in condizioni di povertà, che non hanno gli strumenti per difendersi da un ambiente sconvolgente. A questo studio se ne aggiunge uno di Greenpeace, nota organizzazione non governativa (ONG) ambientalista e pacifista internazionale, secondo cui la ricchezza é in mano all’1% più ricco del mondo.

Nella maggior parte dei casi i relativi investimenti ricadono in quote di aziende che producono gas serra, è colpevole di ¼ delle emissioni globali, i cui danni climatici sono pari a circa 1000 miliardi di dollari all’anno.

Il consumismo esagerato nuoce all’ambiente

La ricerca ha toccato un argomento controverso, la “carbon tax” tassa sul carbonio, il balzello principale sulle aziende che inquinano, fondata sul principio “chi inquina paga“. Sebbene sia progressiva ed efficace per diminuire le emissioni, alla resa dei conti risulta una soluzione tra tante, che non ripara il danno e né lo scagiona.

Non è che se un’impresa inquinante una volta pagata la tassa si può sentire autorizzata ad inquinare poichè ha pagato la sanzione! Il problema sono le scelte politiche operate dalle istituzioni nazionali ed internazionali. Il 10% degli individui più ricchi è inferiore numericamente rispetto al resto della popolazione, ma estende i tentacoli della sua egemonia in tutti i gangli del potere.

La sua influenza si diffonde come singolo consumatore, proprietario di aziende, operatore economico, creatore di mode e stili, orientatore di gusti, comportamenti e opinioni. Tutte queste modalità, in un perverso combinato disposto, producono una sottomissione al dio mercato, i cui decisori appartengono a quel 10%.

Non è cambiato granché dal tempo della celebre espressione “c’est l’argent qui fait la guerre”, al tempo del re di Francia Luigi XII, ossia la vera forza motrice della società è il denaro e la capacità di finanziarla.