Il Decreto Legislativo 96 del 7 maggio 2026 ha introdotto in Italia le nuove regole sulla trasparenza retributiva in attuazione delle direttive UE.
Le donne sono discriminate durante la vita lavorativa con salari più bassi rispetto agli uomini e continuano ad esserlo quando vanno in pensione. E’ quanto emerso dal Rendiconto sociale Inps relativo al 2025 presentato a Roma il 26 giugno scorso. Si tratta di un documento che spiega come l’Istituto gestisce la previdenza e l’assistenza in Italia.
Non è un semplice elenco di numeri finanziari. Mostra quanti soldi arrivano dai contributi, come vengono spesi per le pensioni o i sussidi e se i servizi ai cittadini funzionano bene. Serve per mostrare a tutti, dai cittadini alle imprese, come l’ente lavora e quali sono i suoi risultati.
In dettaglio analizza: le prestazioni erogate, ossia quanti soldi sono stati spesi per pensioni, cassa integrazione, disoccupazione e altri aiuti; l’efficacia dei servizi, quanto sono veloci le pratiche e quanto è facile per i cittadini comunicare con l’Istituto; lo stato del Paese, come le condizioni economiche e sociali (lavoro, nascite, stipendi) influenzano il sistema previdenziale italiano.
Il divario emerso non sorprende più di tanto vista la situazione socioeconomica che l’ha determinata, però la differenza è notevole. Con le pensioni di vecchiaia si raggiunge la sproporzionata percentuale del 45% in meno dell’assegno pensionistico. D’altronde se il divario salariale è presente durante la vita lavorativa, sembra quasi logico che emerga ancora con l’assegno pensionistico.
Oltre ad essere l’ennesima conferma della discriminazione salariale a svantaggio delle donne, il Rendiconto sociale dell’Inps ha evidenziato il calo drastico delle beneficiarie di Opzione donna e di quota 103. Com’è noto la prima è stata una misura previdenziale italiana che ha permesso alle lavoratrici (dipendenti e autonome) di andare in pensione in anticipo.
In cambio di questa uscita anticipata si è dovuto accettare il ricalcolo dell’intero assegno di quiescenza con il sistema contributivo, che ha comportato solitamente una decurtazione dell’importo percepito rispetto al sistema misto. Per accedere al trattamento era necessario soddisfare specifici requisiti anagrafici e contributivi: aver maturato almeno 35 anni di contributi; l’età richiesta era di 61 anni, di 60 per le donne con un figlio, di 59 per le donne con due o più figli.
L’opzione era riservata ad alcune categorie di lavoratrici: caregiver; invalide al 74% e oltre; lavoratrici licenziate o dipendenti di aziende in crisi. Quota 103 ha permesso il pensionamento anticipato con 62 anni d’età e 41 anni di contributi.
L’assegno, calcolato interamente con il sistema contributivo, prevedeva un importo massimo limitato (pari a circa quattro volte il trattamento minimo INPS), e non era cumulabile con i redditi da lavoro (fino a 5.000€ annui per lavoro autonomo occasionale).

Evidentemente se le due possibilità si sono notevolmente ridotte è, forse, per gli assegni miseri e per i troppi paletti imposti. Inoltre altra notizia che rallegra lo spirito delle lavoratrici è che l’età pensionale è sì cresciuta rispetto ai maschi, anche se la differenza è minima, 65,4 per le prime e 64,1 per i secondi. E’ la struttura socioeconomica che va sovvertita.
Non dovrebbe essere diffusa la disparità salariale, fondata sul genere, quanto più di anacronistico e contrario agli elementari fondamenti del vivere civile si potesse ideare! Inoltre, poiché al peggio non c’è mai fine, ecco spuntare la beffa oltre il danno. I salari delle donne sono inferiori a quelli dei maschi per le loro carriere spezzettate. Tuttavia non lo sono per legittima scelta ma per condizioni oggettive, retaggio di un’ideologia maschilista dura a morire.
Spesso, infatti, optano per il part-time a causa del lavoro di cura e accudimento familiare, tutto sulle spalle femminili o quasi. La disparità economica significa un Pil inferiore anche del 7%, secondo BankItalia. Il recente Decreto Legislativo n. 96 del 7 maggio 2026 ha introdotto in Italia le nuove regole sulla trasparenza retributiva in attuazione della Direttiva UE 2023/970, con l’obiettivo di combattere il divario salariale di genere sia nel settore pubblico che in quello privato.
E’ un passo avanti nella speranza che possa scardinare le basi di una struttura prevaricatrice e unidirezionale e che ha prodotto un vero e proprio obbrobrio.