Quattro anni di finanziamenti gonfiati con conti falsi. Nell’inchiesta di Brindisi anche padre e figlio Didonna: lui consigliere di Futuro Nazionale, il figlio ex assessore.
Brindisi – Una ragnatela di raggiri costruita a tavolino, con le carte contabili ritoccate al computer e le banche trasformate in bancomat. È l’accusa pesantissima che la Procura di Brindisi muove a 145 persone, chiamate a rispondere a vario titolo di 252 imputazioni: associazione per delinquere, riciclaggio, truffa, malversazione e indebita percezione di erogazioni pubbliche. Un sistema che, secondo gli inquirenti, avrebbe drenato denaro pubblico e privato per quattro anni, dal 2019 al 2023, sfruttando i fondi destinati alle piccole e medie imprese.
Tra i nomi finiti nel registro degli indagati spiccano quelli di Nicola e Michele Didonna, padre e figlio di 70 e 46 anni. Il primo è oggi capogruppo in consiglio comunale a Brindisi di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, ed è titolare di una società di rilievi ambientali: deve rispondere di truffa, malversazione e indebita percezione. Il figlio Michele, ex assessore del Comune tra il 2016 e il 2017, secondo l’accusa sarebbe stato a capo del presunto sodalizio: per lui e altre dieci persone l’ipotesi è di associazione per delinquere finalizzata alle truffe ai danni degli istituti di credito.
Il meccanismo, stando alla ricostruzione della guardia di finanza, era rodato. L’organizzazione avrebbe gonfiato le dichiarazioni dei redditi pre-Covid per simulare un crollo del fatturato legato alla pandemia e strappare così i finanziamenti pubblici. In altri casi, ricavi e fatture sarebbero stati falsificati con appositi programmi informatici per intercettare i fondi anche prima dell’emergenza sanitaria. A essere coinvolti, un mondo variegato: commercialisti, imprenditori edili, gestori di bar e ristoranti, titolari di ditte individuali, tutti tra le province di Brindisi e Lecce.
Il passaggio decisivo avveniva allo sportello. Secondo l’accusa, l’organizzazione individuava gli imprenditori interessati, sostituiva le cifre sui documenti contabili e presentava il tutto in una filiale della Banca Popolare Pugliese, potendo contare sulla complicità di una dipendente, anche lei indagata. Le pratiche fruttavano fino a 30mila euro ciascuna, somme poi prelevate in contanti o spostate con bonifici e distribuite in base ai ruoli all’interno del sistema. In alcuni casi, riferiscono gli inquirenti, sarebbero state persino create imprese fantasma per far confluire il denaro.
L’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Francesco Carluccio, si è chiusa con la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini. Ora la parola passerà ai difensori e, in seguito, all’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.