Denise Cosco si è lanciata dalla finestra di casa: è morta dopo 4 giorni di agonia. La madre aveva la stessa età quando fu assassinata dalla ‘ndrangheta.
Ci sono destini che sembrano tracciati da una mano crudele, capaci di chiudere un cerchio di sangue e dolore a distanza di diciassette anni. Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo, si è tolta la vita a 35 anni: la stessa età che aveva sua madre quando la ‘ndrangheta la strappò al mondo. Domenica scorsa si è lanciata nel vuoto dalla finestra di casa e, dopo quattro lunghissimi giorni di agonia in ospedale, questa mattina il suo cuore ha smesso di battere. Con lei si spegne l’ultima voce di una delle storie più strazianti della lotta alle mafie.
La storia di Lea Garofalo è diventata da tempo un simbolo. Nata in Calabria e cresciuta dentro una famiglia di ‘ndrangheta, aveva trovato il coraggio di ribellarsi: testimone di giustizia, aveva scelto di collaborare, raccontando agli inquirenti omicidi ed estorsioni. Per questo era finita sotto protezione insieme alla piccola Denise. Ma l’ex compagno Carlo Cosco, padre della bambina, non le perdonò mai quella scelta di libertà. Il 24 novembre 2009 la attirò a Milano con l’inganno, la uccise e ne fece a pezzi il corpo, poi bruciato in un campo della Brianza. I suoi resti furono ritrovati solo anni dopo.
Aveva appena 19 anni quando, nel 2011, Denise trovò la forza di sedersi in aula e testimoniare contro il proprio padre, costituendosi parte civile al processo per l’omicidio della madre. “Sono un’orgogliosa testimone di giustizia”, disse allora. Al suo fianco l’avvocata Enza Rando, che di quella battaglia avrebbe fatto il progetto “Liberi di scegliere”. Ai funerali di Lea, il 13 ottobre 2013 in piazza Beccaria a Milano, davanti a migliaia di persone, Denise non poté mostrarsi: seguì la cerimonia nascosta dietro una finestra, ma la sua voce arrivò alla folla da un altoparlante. “Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia. Se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene, e non smetterò mai di ringraziarti”.
Da allora Denise era rimasta protetta fino al 2018. Aveva cambiato nome, trovato un lavoro, costruito una nuova esistenza in una località segreta, seguita dal Servizio centrale di protezione. Nessuno conosceva più il suo volto. Ma dietro quel silenzio c’era una vita spezzata, segnata dalle fragilità, dalla droga e dai ricoveri, e insieme illuminata dalla nascita di un figlio, che oggi ha quasi quattro anni. Nonostante tutto, dalla sua bocca non uscirono mai parole di odio. “Mio padre uccise mia madre, ma per lui provo solo pena, perché non ha capito cosa ha perso: una famiglia, una figlia, l’amore”.
A rendere ancora più feroce questa vicenda è una coincidenza che somiglia a una condanna: 35 anni, esattamente l’età di Lea quando fu uccisa. Un dettaglio che riporta alla mente un’altra testimone di giustizia, Rita Atria, “la picciriddaì di Paolo Borsellino, che si tolse la vita a soli 18 anni nel 1992. Vicino a Denise, pur costretti alla distanza dalla riservatezza, c’erano la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo e don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, che l’aveva accompagnata fin da ragazza e che oggi, con la preghiera, l’ha affidata di nuovo alla madre.