La lettera del boss dal 41 bis: minacce al giudice del caso Mattarella

Tre pagine vergate a mano dal carcere di Opera per chiedere alla Gip Antonella Consiglio di farsi da parte. Scorta rafforzata al terzo livello.

Palermo – Tre fogli di protocollo, scritti a mano in stampatello, partiti dal regime di massima sicurezza del carcere di Opera, a Milano, e arrivati fin sulla scrivania di un giudice a Palermo. È l’ultima, inquietante mossa di Nino Madonia, il boss di Resuttana che sta scontando sette ergastoli al 41 bis per una scia di sangue che comprende gli omicidi del giudice Rocco Chinnici e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il destinatario di quella missiva è la presidente aggiunta dei Gip di Palermo, Antonella Consiglio, che il capomafia vorrebbe togliere dalla sua strada.

Nella lettera il boss chiede senza mezzi termini l’astensione del magistrato dai procedimenti che lo riguardano, accusandolo di nutrire nei suoi confronti una grande inimicizia che non la renderebbe “serena” nel giudizio. Antonella Consiglio si occupa del delicato filone d’inchiesta sull’omicidio di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione siciliana ucciso il 6 gennaio 1980, fratello dell’attuale capo dello Stato.

Il motivo del rancore affonda in una decisione tecnica: Antonella Consiglio in passato aveva dato parere negativo al gratuito patrocinio richiesto dal mafioso per l’incidente probatorio del caso Mattarella. In quell’accertamento si è tentato invano di comparare il Dna dei boss con i residui biologici recuperati sulla Fiat 127 usata dai killer per la fuga. La perizia ha però dato esito negativo, perché il residuo analizzato è risultato inutilizzabile: per questo la Procura di Palermo, guidata da Maurizio De Lucia, va ora verso la richiesta di archiviazione delle indagini sui due indagati come esecutori, Madonia e Giuseppe Lucchese.

Ma è tra le righe che la lettera assume il volto della minaccia. Nino Madonia non lo cita apertamente, eppure evoca il ruolo avuto in via Giulia da Nico Gozzo, il Pm marito della giudice Consiglio. E rispolvera un’altra lettera, quella spedita nel 2005 ai suoi familiari durante il processo per la strage della Circonvallazione, in cui augurava proprio a Gozzo di “potere provare la stessa sofferenza” riservata a lui e ai suoi cari. Un concetto che, secondo la ricostruzione, il boss avrebbe ribadito anche nella missiva di queste settimane. Il suo difensore, l’avvocato Vincenzo Giambruno, ha preso le distanze.

Dopo l’episodio, per la Gip è scattato il rafforzamento della tutela al terzo livello. E non è un caso isolato: è il terzo attacco in pochi mesi contro magistrati palermitani. Il 22 aprile la Gip Marta Maria Bossi era stata accerchiata e insultata dopo una condanna per estorsione mafiosa; il 29 giugno Emanuela Carrabotta era stata minacciata mentre in auto attendeva il marito. “Questi episodi denotano un clima di avversione verso i giudici, ha denunciato il presidente del Tribunale Piergiorgio Morosini, invitando a tenere “la guardia alta”.