Vino italiano in svendita: cantine piene e consumi in calo

Oltre 53 milioni di ettolitri in giacenza. Crescono i declassamenti, rallenta l’export e l’Unione Italiana Vini chiede misure straordinarie.

Il settore vitivinicolo italiano si trova di fronte a una delle fasi più delicate degli ultimi anni. Nelle cantine del Paese sono fermi oltre 53 milioni di ettolitri di vino, un quantitativo che equivale a un’intera vendemmia. Un dato che fotografa uno squilibrio sempre più evidente tra offerta e domanda, aggravato dal rallentamento dei consumi sia sul mercato interno sia all’estero.

A lanciare l’allarme è l’Osservatorio di Unione Italiana Vini (Uiv), che durante l’assemblea annuale dell’associazione, svoltasi l’8 luglio a Roma, ha illustrato numeri che evidenziano le difficoltà di un comparto strategico per l’economia nazionale.

Nonostante tre vendemmie relativamente contenute tra il 2023 e il 2025, le giacenze continuano a crescere. A maggio 2026 hanno raggiunto un livello superiore del 7,3% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, toccando il valore più alto dal 2022, quando la produzione aveva sfiorato i 50 milioni di ettolitri.

Di fronte all’impossibilità di collocare tutto il prodotto sul mercato, molte aziende stanno ricorrendo a una soluzione che consente di vendere più facilmente il vino, ma che ne riduce sensibilmente il valore economico: il declassamento. Sempre più bottiglie vengono infatti riclassificate da Docg a Doc, da Doc a Igt oppure direttamente a vino comune, categoria che oggi rappresenta circa il 75% dei declassamenti.

Una strategia che permette di alleggerire le scorte, ma che incide pesantemente sulla redditività delle imprese. Lo dimostra anche l’andamento del mercato dello sfuso. Nei primi cinque mesi dell’anno i prezzi sono diminuiti del 6% per i vini Dop, del 7% per gli Igp e addirittura del 14,4% per i vini comuni, il cui valore medio è ormai sceso a 54 centesimi al litro.

Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Uiv, oggi una bottiglia su cinque viene declassata. Un fenomeno che comporta una perdita economica stimata in 516 milioni di euro l’anno, di cui 364 milioni per i vini Dop e 152 milioni per gli Igp, pari complessivamente all’11% del valore potenziale delle produzioni interessate.

A pesare sul settore non è soltanto l’eccesso di produzione. Anche i consumi continuano infatti a rallentare. In Italia, tra gennaio e maggio, le vendite nella grande distribuzione hanno registrato una flessione del 2%, mentre sui mercati esteri l’export ha segnato nel primo trimestre un calo del 4% nei volumi e dell’8,3% in valore.

Particolarmente critica la situazione negli Stati Uniti, primo mercato di riferimento per il vino italiano. Dopo il calo del 9,2% registrato nel 2025, nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni verso gli Usa sono diminuite di un ulteriore 15,4%. A incidere sono diversi fattori: i dazi commerciali, la svalutazione del dollaro, l’inflazione e soprattutto una diminuzione strutturale dei consumi di vino negli Stati Uniti, in corso ormai da cinque anni.

Secondo il segretario generale di Uiv Paolo Castelletti, da aprile 2025 a marzo 2026 le esportazioni italiane verso gli Usa hanno perso circa 340 milioni di euro, con una contrazione del 17%. Per questo, sottolinea, sarà necessario rafforzare la presenza sul mercato americano attraverso politiche commerciali e promozionali, piuttosto che confidare esclusivamente in una riduzione delle tariffe.

Di fronte a questo scenario, Unione Italiana Vini propone una serie di interventi che il presidente Lamberto Frescobaldi definisce “impopolari ma necessari”. Tra le principali richieste figurano la sospensione per due anni delle autorizzazioni ai nuovi impianti vitati, la riduzione delle rese produttive, anche per le denominazioni Dop e Igp, un sistema di tracciabilità più efficace del potenziale produttivo e maggiori controlli lungo tutta la filiera.

L’associazione si dice invece contraria ai programmi di estirpo dei vigneti finanziati con i fondi Ocm, ritenendo che tali risorse debbano continuare a essere destinate agli investimenti, all’innovazione, alla promozione internazionale e alla competitività delle imprese.

“L’iperproduzione sta incidendo pesantemente sul valore e sulla redditività dell’intera filiera”, ha spiegato Frescobaldi. “Anche una vendemmia da 44 milioni di ettolitri, nelle attuali condizioni di mercato, non è più sostenibile. È il momento di assumere decisioni coraggiose perché l’immobilismo sta già costando al settore molto più di qualsiasi misura di riequilibrio”.

L’Italia resta il primo produttore mondiale di vino ed è l’unico grande Paese ad aver aumentato la superficie vitata negli ultimi cinque anni. Proprio per questo, secondo Uiv, diventa indispensabile una strategia nazionale condivisa tra istituzioni e imprese, capace di adeguare la produzione all’evoluzione della domanda mondiale e preservare il valore economico delle denominazioni italiane.

Dal Governo arrivano segnali di sostegno al comparto. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito l’impegno a favorire l’apertura di nuovi mercati per il vino italiano, mentre il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha evidenziato come il calo delle esportazioni sia legato non solo ai dazi, ma anche alla riduzione dei consumi e alla crescita dell’inflazione nei principali Paesi importatori.

Sul fronte commerciale, il presidente dell’Ice, Matteo Zoppas, ha assicurato il rafforzamento delle attività promozionali, soprattutto negli Stati Uniti, mentre dal Ministero degli Esteri è arrivata l’indicazione che il negoziato sui dazi dovrebbe concludersi con un livello tariffario non superiore al 15%.

Per il comparto vitivinicolo italiano si apre dunque una fase decisiva. Ridurre lo squilibrio tra produzione e mercato, salvaguardare il valore delle denominazioni e rilanciare la competitività internazionale saranno le sfide che imprese e istituzioni dovranno affrontare nei prossimi mesi.