Macerie e silenzi nella polveriera di Borgorose: così si è riaperto l’inferno

A Sant’Anatolia, all’indomani della strage, l’area del disastro è deserta. La Procura, intanto, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo aggravato: c’è un indagato.

Rieti – Un silenzio innaturale, quasi spettrale, avvolge la piana di Sant’Anatolia di Borgorose. A ventiquattr’ore dall’esplosione che ha disintegrato la VDS Fireworks (l’ex Pirotecnica Mattei), portandosi via Simone Colle, 30 anni, e sua madre Teresa Tozzi, 60, l’epicentro della tragedia si presenta deserto. La sede dell’impresa costeggia la strada provinciale, quasi a voler mostrare una parvenza di normalità, ma basta spingersi poco più all’interno per scorgere la casamatta saltata in aria. Di quella struttura, posizionata a distanza di sicurezza dagli altri uffici ma non abbastanza lontana da non far tremare l’intero Cicolano, oggi non rimangono che mattoni anneriti sparsi al suolo.

Stamattina sul posto non c’era nessuno. Nemmeno un inquirente, nessun presidio, nessuna squadra di tecnici a scavare tra i detriti. Solo il vuoto d’aria lasciato dalla dinamite e una comunità, quella al confine tra Lazio e Abruzzo, in cui vige la più rigida consegna del silenzio. Bocche cucite tra i vicini e nelle frazioni limitrofe, dove la paura fa rima con la rassegnazione di chi sa che la polvere da sparo dà il pane, ma a volte esige il sangue.

Simone Colle e la madre Teresa Tozzi sono morti nell’esplosione della ex Pirotecnica Mattei

Se sul campo i rilievi sembrano aver subìto una temporanea battuta d’arresto, nelle stanze della Procura di Rieti l’attività è febbrile. Il procuratore capo Paolo Auriemma e il pm Rocco Gustavo Maruotti hanno aperto un fascicolo per omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. Nel registro degli indagati è stato iscritto il legale rappresentante della società che ha rilevato la gestione dello stabilimento.

I magistrati vogliono vederci chiaro su due fronti caldi. Il primo riguarda la reale natura di quel magazzino crollato su se stesso: i tecnici del Racis dei carabinieri e i vigili del fuoco dovranno stabilire se la casamatta fosse autorizzata esclusivamente come semplice deposito di stoccaggio o se, al contrario, venisse utilizzata come laboratorio per la miscelazione e il confezionamento dei fuochi.

Il secondo fronte, ancora più delicato, è legato alla posizione di Teresa Tozzi. Se il figlio Simone era un dipendente regolarmente assunto, la sessantenne non risultava nei registri aziendali. L’ipotesi che fosse lì solo per portare la colazione al figlio fissa un’immagine straziante, ma gli investigatori devono escludere con certezza che la donna non collaborasse stabilmente in nero nella polveriera.

L’area posta sotto sequestro. Tre anni fa, nello stesso posto, altre tre vittime della stessa famiglia

La rabbia che monta attorno alle macerie di Borgorose è alimentata da un passato recente che sa di beffa. Quel sito era già un cimitero di famiglia. Il 28 luglio 2023 la stessa fabbrica – allora sotto il marchio Mattei – era esplosa uccidendo Franco Colle e i suoi due figli, Anna e Claudio, rispettivamente cugini e zio del giovane Simone morto ieri.

Per quella prima strage, appena un anno fa, nel giugno 2025, i vecchi titolari Fabrizio e Gaetano Mattei avevano patteggiato una pena a quattro anni di reclusione. Le accuse parlavano chiaro: detenzione di materiale esplodente in sito non autorizzato, caporalato e morte come conseguenza di altro reato. Eppure, dopo la condanna, lo stabilimento era stato dissequestrato, la licenza per la produzione era stata misteriosamente riottenuta sotto una nuova compagine societaria e i macchinari avevano ricominciato a girare. Fino a ieri mattina, quando l’innesco ha trovato altra polvere e altre vite da spezzare.

La Procura di Rieti ha aperto un fascicolo per omicidio colposo aggravato

In attesa delle autopsie sui corpi di madre e figlio, previste tra lunedì e martedì, sorgono spontanee le domande che nessuno, in questa valle, vuole pronunciare a voce alta. Come è stato possibile restituire i permessi di produzione a un sito già marchiato da tre morti e da una condanna per caporalato? Il monitoraggio sui dispositivi di sicurezza della nuova gestione è stato reale o solo cartaceo? Domande che restano sospese sui mattoni sbriciolati di Sant’Anatolia, mentre la Procura cerca di capire se dietro la fatalità si nasconda, ancora una volta, la logica del profitto a basso costo.