Il video intimo che ha distrutto una vita, visto da 4 milioni di persone

L’ex fidanzato l’aveva rubato dal telefono e pubblicato su Telegram. Il Tribunale di Milano lo ha condannato a 2 anni.

Milano – Bastava un click, e quel corpo diventava merce da guardare in branco. Un video intimo, rubato dallo smartphone di una trentenne milanese e riversato su un gruppo Telegram di soli uomini, ha viaggiato per il web fino a toccare quota quattro milioni di visualizzazioni. Rimbalzando di chat in chat, è finito sui telefoni dei colleghi di lei, sotto gli occhi di sconosciuti che poi l’hanno riconosciuta e avvicinata per strada. A pubblicarlo, per farle del male, era stato l’ex fidanzato: un ragazzo di 26 anni di Rozzano che il Tribunale di Milano ha condannato a due anni di reclusione per revenge porn, lesioni aggravate e minacce, oltre a un risarcimento di 100mila euro.

L’incubo, come ricostruisce Il Giorno, comincia nel maggio 2023. L’uomo, che conosceva la password del telefono della compagna, si impossessa di un filmato privato che lei custodiva nella memoria: immagini girate con un altro uomo, di una precedente relazione. Lo carica sul gruppo Telegram “Cagne Ita 17+”, accompagnandolo con l’invito esplicito a guardarlo. Da lì la valanga: una condivisione dopo l’altra, il video sfugge a ogni controllo e si moltiplica su altri social.

Quando la donna capisce cosa sta accadendo, il danno è già irreparabile. Molti colleghi hanno ricevuto quelle immagini, e sul posto di lavoro resta appiccicato addosso lo “stigma” di una vicenda ormai nota a tutti. Per sopravvivere, è costretta a cambiare città e cambiare lavoro. “I processi sono come una guerra”, ha confidato alla sua legale. “Noi abbiamo vinto, ma della mia vita sono rimaste solo le macerie“.

Non ci sono solo le immagini. L’ex la tempesta di messaggi per spingerla a non denunciare: Ti uccido“, “ti rovino“, “non sai di cosa sono capace io”. Arriva a minacciarla disciogliere la faccia con l’acido. E il 1° luglio 2023, durante una lite, la colpisce con un violento pugno alla spalla destra, provocandole un ematoma refertato all’ospedale San Paolo. La denuncia della donna fa scattare le indagini della polizia postale e il processo, chiuso con una condanna in primo grado in linea con le richieste di Procura e parte civile.

A difenderla in aula, come parte civile, l’avvocata Marisa Marraffino. “Una sentenza che denota una sensibilità e una presa di coscienza dei giudici sui danni enormi provocati dal revenge porn, commenta. “La vera domanda da farsi per quantificare il danno è: quanto vale una vita distrutta? Un video intimo divulgato senza consenso non lede soltanto la dignità della vittima, ma ne pregiudica irreparabilmente la libertà”.

In aula la difesa ha provato a colpevolizzare la vittima, ricordando che in passato pubblicava contenuti sulla piattaforma OnlyFans. “Gli stessi meccanismi che negli anni ’70 dicevano alle vittime di violenza che se l’erano andata a cercare”, attacca il legale. “Contenuti che non c’entrano nulla con un video diffuso illecitamente. Per fortuna il giudice ha dimostrato sensibilità”. Per la donna resta però una ferita che nessuna sentenza può richiudere: quel filmato, denunciano, sarebbe ancora in circolazione. Ed è il meccanismo più crudele del revenge porn: un reato che, una volta commesso, non smette mai davvero di ripetersi.