Una telefonata di Trump e il rosso sparisce: la FIFA nella bufera

Cancellata la squalifica dell’americano Balogun dopo le pressioni del presidente Usa su Infantino. E Meloni finisce di nuovo nel mirino del tycoon.

Basta una telefonata del presidente degli Stati Uniti perché un cartellino rosso ai Mondiali si dissolva nel nulla. È quanto è successo domenica, quando la FIFA ha annunciato di aver cancellato la squalifica di una giornata inflitta a Folarin Balogun, attaccante di 25 anni della nazionale statunitense, espulso durante gli ottavi contro la Bosnia Erzegovina. Una decisione senza precedenti recenti, arrivata dopo che Donald Trump aveva telefonato al presidente della FIFA Gianni Infantino per chiedere un riesame, e che ha scatenato la rivolta del Belgio, della UEFA e di mezzo mondo del calcio.

Il fattaccio risale al primo luglio. Durante la partita dei sedicesimi, Balogun pesta la caviglia del difensore bosniaco Tarik Muharemovic. L’arbitro brasiliano Raphael Claus, richiamato dal VAR, rivede l’azione al rallentatore e sventola il rosso diretto per fallo grave di gioco, che porta con sé una giornata di stop. Per molti però quel contatto era un fallo involontario, tutt’altro che cattivo.

A muoversi per ribaltare la decisione è stata la Casa Bianca. Lo stesso Trump ha ammesso di aver parlato del cartellino con Infantino: “Non era un fallo, erano due atleti che si sono scontrati”, ha detto dallo Studio Ovale, aggiungendo di aver “solo chiesto un riesame”. Poi il ringraziamento sui social: “Grazie alla FIFA per aver riparato a una grande ingiustizia”. Secondo le fonti citate dalla stampa internazionale, Infantino avrebbe risposto che la commissione disciplinare avrebbe esaminato il caso, senza promettere nulla.

La FIFA ha giustificato la mossa con l’articolo 27 del proprio codice disciplinare, una norma che concede ampia discrezionalità ma che viene usata rarissimamente. Al posto della squalifica, per Balogun scatta un anno di prova: dovrà saltare una partita solo se, in questo periodo, commetterà un’infrazione simile.

La reazione è stata durissima. La federazione belga si è detta “esterrefatta” e ha già depositato un ricorso formale, accusando la FIFA di non aver mai fornito una decisione motivata. La UEFA ha parlato di una decisione “senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile”, denunciando il superamento di una “linea rossa” che mette in dubbio la credibilità della competizione. Il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot, ex arbitro, ha bollato tutto come “una palese violazione delle regole più elementari dello sport”.

Non sono mancate le voci italiane. Il neopresidente della FIGC Giovanni Malagò ha definito la vicenda “un’assurdità” e un “precedente pericolosissimo” dal chiaro “sapore politico”. Anche il commissario europeo allo sport Glenn Micallef ha ricordato che le decisioni sportive spettano agli organismi sportivi, “non ai politici”. E l’ex presidente FIFA Joseph Blatter, storico rivale di Infantino, ha affondato: “Se un presidente degli Stati Uniti interviene e un giocatore viene improvvisamente prosciolto, la domanda è inevitabile: quo vadis, FIFA?”.

Per trovare un caso analogo ai Mondiali bisogna tornare al 1962, quando il brasiliano Garrincha poté giocare la finale nonostante un fallo in semifinale, dopo l’intervento del governo di Brasilia. Allora, però, la squalifica non era automatica. Oggi resta un sospetto pesante: che a decidere l’esito di una partita mondiale, più delle regole, sia stata la telefonata di un presidente.

L’immagine pubblicata su Truth da Donald Trump

Ma quello che preoccupa maggiormente è lo strapotere americano. Trump, sui social e non solo, vuole dimostrare la superiorità degli Stati Uniti appena ne ha l’occasione. Non a caso, è di poche ore fa l’ennesimo affondo dell’inquilino della Casa Bianca contro Giorgia Meloni. Su Truth Trump ha pubblicato un fotomontaggio che ritrae la premier italiana in atteggiamento di adorazione nei suoi confronti, con la scritta “serve un ordine restrittivo”. Un modus operandi quello del tycoon, che (finalmente) fa storcere il naso a più di qualcuno.