L’Europa condanna l’Italia per le parole shock con cui una magistrata voleva chiudere il caso di stupro di Audrey Ubeda. Ora lo Stato paga 60mila euro.
Strasburgo – Ci sono parole che pesano come macigni, capaci di ferire una seconda volta chi ha già trovato il coraggio di denunciare. “È comune negli uomini dover vincere quel minimo di resistenza della donna”: con questa frase agghiacciante una pubblico ministero di Benevento aveva chiesto di archiviare tutto, di cancellare con un tratto di penna la denuncia di una madre che accusava l’ex compagno di violenze e stupro. A cinque anni di distanza, quelle motivazioni bollate come “sessiste e stereotipate” presentano il conto: la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia, che dovrà versare 60mila euro alla donna e ai suoi due figli.
La protagonista di questa storia è Audrey Ubeda, 44 anni, nata in Francia da padre spagnolo e mamma campana, oggi residente nel Salernitano. Nell’aprile del 2021 aveva denunciato il suo ex convivente per violenza fisica e psicologica contro lei e i due bambini, e per una violenza sessuale aggravata consumata in un clima di terrore quotidiano. Un mese dopo, riconosciuta la gravità della situazione, la donna e i figli erano stati trasferiti in una struttura protetta. Sembrava l’inizio del riscatto. E invece fu l’inizio di un secondo incubo, quello dentro le aule di giustizia.
Perché per quella magistrata nulla di ciò che Audrey raccontava meritava un processo. Il coltello puntato alla gola mentre la donna guardava in tv un programma su un femminicidio? Un semplice “scherzo di cattivo gusto”. Le botte ai figli? Nient’altro che “misure disciplinari” rientranti nel diritto del padre di esercitare l’autorità genitoriale. E la violenza sessuale? Impossibile da provare, perché – scrisse nero su bianco – “è comune negli uomini dover vincere quel minimo di resistenza che ogni donna, nel corso di una relazione stabile e duratura, nella stanchezza delle incombenze quotidiane, tende a esercitare quando un marito tenta l’approccio sessuale”.
Parole che i giudici di Strasburgo hanno definito lo specchio di una “cultura sessista e stereotipata”. Per la Corte, la magistrata – e con lei l’intera giustizia italiana – ha violato il divieto di trattamenti inumani e degradanti e non ha garantito il diritto al rispetto della vita privata e familiare. C’è di più: l’inchiesta, si legge nella sentenza depositata il 2 luglio, non ha rispettato i requisiti di “prontezza, accuratezza ed effettività”. Un procedimento troppo lento, che ha esposto la vittima alla cosiddetta vittimizzazione secondaria: il trauma inflitto una seconda volta proprio dalle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerla.
La verità è che a salvare Audrey non fu il sistema, ma la sua caparbietà. La richiesta di archiviazione venne respinta dal Gip, il fascicolo passò a un’altra pm, Marina Colucci, che chiese e ottenne il rinvio a giudizio. In primo grado l’ex compagno è stato condannato a quattro anni e sei mesi, mentre il tribunale per i minori di Napoli gli ha tolto la potestà genitoriale. Oggi, però, l’uomo è ancora libero in attesa dell’appello. E questo, per la donna, resta la ferita aperta: “È grave che non ci sia stata nessuna misura di allontanamento, il mio è un caso da codice rosso eppure potrebbe avvicinarci quando vuole”.
Dopo tre anni chiusa in una comunità protetta, Audrey è tornata a vivere con i suoi ragazzi, oggi di 15 e 12 anni. E davanti alla sentenza europea non nasconde la commozione: “Oggi mi sento rinascere. Questa è una vittoria di tutte le donne, spero aiuti a non far accadere mai più nulla del genere”. I 60mila euro, promette, non li terrà tutti per sé: una parte andrà all’associazione del territorio che l’ha sostenuta nel suo calvario. Un gesto che dice più di mille sentenze.