“Schiavi” nel cantiere del Consolato Usa, il Gip: “Intimidazioni e minacce”

Dalle carte dell’inchiesta emerge che gli operai reclutati in India hanno dovuto versare 5mila euro come condizione per ottenere il lavoro in Italia.

Milano – Un sistema di sfruttamento lavorativo fatto di paghe al di sotto della soglia di povertà, orari massacranti e minacce ai lavoratori. È il quadro ricostruito dal Gip di Milano Angelica Cardi nell’inchiesta sul presunto caso di caporalato che coinvolge la divisione italiana della società statunitense Caddell Construction, impegnata nei lavori per la nuova sede del consolato degli Stati Uniti in piazzale Accursio.

Secondo l’ordinanza, le condizioni di lavoro dei manovali indiani sarebbero state “degradanti” e aggravate dall’utilizzo di “metodi intimidatori e minacciosi”. Il manager turco Ulas Demir, attualmente in carcere, avrebbe prospettato ai dipendenti che si lamentavano di salari e orari il licenziamento e il conseguente rientro nel proprio Paese.

In carcere è finito anche il cittadino indiano Aji Appukuttan, ritenuto dagli inquirenti il presunto caporale “operativo”. Stando alle testimonianze raccolte, avrebbe intimidito almeno una cinquantina di lavoratori, arrivando a minacciarli anche quando chiedevano di assentarsi dopo un infortunio sul lavoro.

L’inchiesta, coordinata dai Pm Paolo Storari e Mauro Clerici, ha portato il 29 maggio al controllo giudiziario d’urgenza nei confronti della società per l’ipotesi di caporalato. Le indagini hanno documentato situazioni in cui alcuni operai percepivano meno di due euro l’ora, con ulteriori trattenute per vitto e alloggio: circa 500 euro mensili per il dormitorio e altri 350 per il cibo.

Dopo il confronto con la magistratura, Caddell Construction, attraverso il proprio legale, ha dichiarato di collaborare con gli investigatori e di aver avviato un’approfondita indagine interna. L’azienda si è inoltre impegnata a rimborsare ai lavoratori le somme trattenute per vitto e alloggio, pari a circa 850 euro al mese, e ad adeguare orari e stipendi a quanto previsto dal contratto collettivo nazionale, fissando l’orario di lavoro a 45 ore settimanali.

Dalle carte dell’inchiesta emerge anche che Appukuttan, dopo aver saputo delle indagini, avrebbe cercato di convincere gli operai a non raccontare agli investigatori quanto accadeva nel cantiere. Un autista al servizio dei capisquadra ha riferito che i lavoratori venivano trattati “come schiavi, come si vede nei film”, mentre un manovale ha raccontato di essere stato costretto a proseguire il turno anche dopo essersi ferito vicino a un occhio con una scheggia di ferro, ricevendo soltanto una medicazione sommaria.

Gli investigatori hanno inoltre ricostruito che molti operai erano stati reclutati in India tramite una società intermediaria, alla quale avrebbero dovuto versare circa 500mila rupie, pari a circa 5mila euro, come condizione per ottenere il lavoro in Italia. Un meccanismo che, secondo l’accusa, avrebbe ridotto i lavoratori in una condizione definita di para-schiavismo. Le indagini dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro proseguono per accertare tutte le responsabilità.