Più piccole sono più grande fanno l’Italia

Lo scarto di un’impresa diventa materia prima di un’altra, trasformando il modello “produci, usa e getta” in un ciclo continuo che riduce sprechi e impatti ambientali.

Le piccole e medie imprese (Pmi) rappresentano l’eccellenza del Made in Italy. La struttura socioeconomica del nostro Paese si è caratterizzata per la presenza di Pmi che hanno trainato l’economia nazionale. In questo contesto si sono sviluppati i cosiddetti “distretti industriali”, ossia una concentrazione geografica di piccole e medie realtà imprenditoriali specializzate in una specifica filiera produttiva.

In questo sistema le aziende condividono risorse, manodopera specializzata e conoscenze, operando sia in competizione che in stretta collaborazione per realizzare un prodotto finito altamente competitivo. Gli economisti hanno definito questo processo “filiera corta”, un sistema di produzione e distribuzione in cui il numero di intermediari commerciali tra chi produce e chi consuma è ridotto al minimo, prevedendo al massimo un solo passaggio.

Una notevole differenza col resto d’Europa dove esistono pochi grandi centri spesso isolati, mentre il Belpaese si distingue proprio per questo modello organizzativo reticolare in cui più aziende, istituzioni o attori collaborano in modo paritetico e flessibile. Un ecosistema di nodi interconnessi che condividono risorse, conoscenze e obiettivi, garantendo al contempo l’indipendenza di ogni azienda. Una simbiosi quasi perfetta tra artigianato, innovazione e qualità.

I numeri ne confermano l’eccellenza. Secondo un report a cura della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, il principale centro di analisi economica e finanziaria del Gruppo, l’anno scorso nei distretti del mobile e del design si sono fatturati 26,7 miliardi di euro che hanno permesso all’Italia di occupare la prima posizione. La maggior parte dei distretti produttivi sono dislocati nel Nord Italia, soprattutto Lombardia e Veneto. Ma anche il Centro si fa valere, principalmente nel triangolo Toscana-Umbria-Marche.

Ad esempio la Brianza, nel design e arredo, è una delle aree più significative. Nel settore mobili, all’avanguardia ci sono le zone di Pesaro-Fossombrone nelle Marche e Poggibonsi-Sinalunga in Toscana. Se il Salone del Mobile di Milano, la fiera di settore più importante al mondo per l’arredamento e il design, che si tiene ogni primavera a Rho Fiera Milano, riunendo migliaia di espositori per presentare le novità globali in fatto di mobili, complementi d’arredo e illuminazione, ha raggiunto un livello così prestigioso è grazie alla capacità innovativa di tante piccole aziende.

Senza dimenticare il distretto di Prato per il tessile, Biella per la lana, Carrara per il marmo, Murano per il vetro artistico, Solomeo per il cahsmere e Como per la seta. Il report ha sottolineato con vigore la presenza di una rete circolare nei distretti. Si tratta di un modello in cui le aziende e gli attori locali collaborano per condividere, riutilizzare, riciclare e rigenerare le risorse.

Migliaia di Pmi rappresentano l’eccellenza produttiva italiana

In questo sistema lo scarto di un’impresa diventa la materia prima di un’altra, trasformando il tradizionale modello “lineare” (produci, usa e getta) in un ciclo continuo che riduce al minimo sprechi e impatti ambientali. D’altronde già nel 1973 fu dato alle stampe un arguto pamphlet dal titolo “Piccolo è bello” dell’economista Ernst Friedrich Shumacher in cui c’era una feroce critica al gigantismo industriale, mentre le virtù soggiornavano nelle piccole realtà imprenditoriali.

Tuttavia malgrado le piccole realtà imprenditoriali sono da preferire per tutta una serie di motivi, come il maggior coinvolgimento del dipendente nel processo produttivo a differenza dell’anomia che si vive nelle imprese di grandi dimensioni, non va trascurato il fenomeno degli incidenti mortali sul lavoro concentrato nelle Pmi.

Come confermano i dati dell’Osservatorio CPI (Conti Pubblici Italiani) dell’Università Cattolica di Milano, il tasso di mortalità è massimo nelle aziende tra i 10 e 49 dipendenti (circa 3 decessi ogni 100 mila occupati). Questo avviene per mancanza di risorse dedicate a corsi di aggiornamento per i lavoratori, assenza di un servizio di prevenzione e protezione e ispezioni meno frequenti, proprio per la capillarità delle imprese.

Piccolo sarà pure bello, efficiente e altamente competitivo, ma il costo in vite umane è molto alto. Il gioco vale la candela?