L’ex governatore della Sicilia, già condannato per favoreggiamento a Cosa Nostra, è imputato per corruzione e traffico di influenze nell’inchiesta sulla sanità siciliana. La Gup si pronuncerà il 15 maggio.
Palermo – Totò Cuffaro torna davanti alla magistratura con l’obiettivo di chiudere rapidamente il procedimento che lo vede imputato per corruzione e traffico di influenze. Nel corso dell’udienza preliminare, i suoi avvocati hanno depositato una richiesta di patteggiamento: tre anni di reclusione, da ridurre del periodo già trascorso ai domiciliari e la possibilità di completare la pena attraverso lavori socialmente utili presso la Casa del Sorriso di Palermo. Nel pacchetto è previsto anche un risarcimento di 15mila euro destinato all’Asp di Siracusa e all’azienda ospedaliera Villa Sofia.
Il Pm ha espresso parere favorevole. Ora la parola passa alla giudice Ermelinda Marfia, che il 15 maggio dovrà stabilire se la proposta sia adeguata rispetto alle accuse.
Per Cuffaro si tratta del primo passaggio giudiziario rilevante dopo la condanna per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, scontata anni fa. Nel frattempo l’ex presidente della Regione aveva ricostruito un ruolo politico e relazionale nell’isola, diventando un punto di riferimento per la rinata Democrazia Cristiana siciliana. La nuova indagine ha però riaperto un fronte che sembrava chiuso.
Secondo la Procura, Cuffaro avrebbe favorito i contatti tra i vertici dell’Asp di Siracusa e la Dussmann Service, interessata a un appalto per i servizi di ausiliariato ospedaliero. In cambio, sarebbero state promesse assunzioni a persone vicine al suo entourage. A Palermo, invece, l’accusa riguarda l’interferenza su un concorso pubblico: alcuni candidati avrebbero ricevuto anticipazioni sui temi delle prove.
Nel procedimento compaiono altri otto imputati. L’indagine aveva sfiorato anche il parlamentare Saverio Romano, già ministro dell’Agricoltura, per presunti contatti con gli emissari della Dussmann. La Procura non ha chiesto il rinvio a giudizio, come riferisce Il Domani, anche in seguito al mancato via libera della Camera al sequestro della sua posta elettronica.