Giovani sfigati contro nonni rampanti?

Una guerra che non porterà a nulla. I primi hanno maggiori competenze e cultura mentre i secondi dirigono la baracca e non intendono mollare.

Il desiderio dei Millennials di scalzare i Boomer dai posti di comando. I Millennials sono la generazione nata indicativamente tra i primi anni ’80 e il 1996/2000. Chiamati così perché diventati maggiorenni a cavallo del nuovo millennio, sono considerati i primi “nativi digitali” o pionieri della tecnologia, cresciuti durante la diffusione di Internet, social media e smartphone. Cercano un equilibrio tra vita privata e professionale (work-life balance), spesso privilegiando la flessibilità (smart working) rispetto al solo stipendio.

Secondo alcune ricerche il 91% di essi cambia lavoro o desidera farlo. Non hanno timore di ricominciare daccapo in quanto il loro scopo è di liberarsi una volta per tutte dei Boomer (i nati tra il 1946 e 1964, durante il boom economico post-bellico) che restano abbarbicati ai loro posti di potere con le unghie e i denti e che in questa situazione ci sguazzano a menadito.

Infatti non hanno alcuna intenzione di lasciare la poltrona. I Millennial cercano una crescita professionale che nei fatti viene ostacolata, stipendi più alti e maggiore gratificazione in quanto, spesso, sono in possesso titoli di studio e competenze più elevati rispetto ai Boomer che stanno al vertice. Essendo cresciuti in un mercato del lavoro dinamico, manifestano tutta la loro insoddisfazione verso un management che ha fatto carriera in un contesto più rigido e in una fase storica che confrontata con quella dei millennial sembra preistoria.

Ma le regole continuano ad essere imposte da chi finge che tutto sia rimasto come prima. Nelle aziende avviene uno strano paradosso. La carriera è possibile solo quando il professionista arriva da altre aziende, mentre all’interno dell’impresa si potrebbe restare nella stessa posizione a vita. Per questi motivi i Millennials cambiano spesso lavoro. Si può dire che è una generazione di “sfigati”. Nel senso che questa generazione è cresciuta in un periodo in cui la mobilità sociale era possibile, ma quando è giunto il momento di varcare la soglia del mercato del lavoro, pur essendo fornita di elevati titoli di studio e competenze, si è bloccata.

Inoltre i Boomer si sono formati quando Internet era ancora in là da venire e il posto fisso era una meta agognata da tutti, perché comunicava il proprio status sociale. Ma da allora il mondo è cambiato in molti aspetti. C’è stata la globalizzazione, il trasferimento di attività produttive o di servizi da un Paese a un altro, solitamente verso aree con costi di manodopera ridotti, materie prime o tassazione inferiori, ristagno salariale, diffusione della flessibilità.

I Boomer non mollano nemmeno con le cannonate

I Millennials si sono trovati nella condizione di essere alla fine di un’epoca e il sorgere di un’altra. Il problema di fondo è che la crisi del sistema non è dovuto alla loro inadeguatezza adeguatezza o “alla poca voglia di lavorare” ma perché il sistema è profondamente mutato, pur essendo guidato da vecchie logiche e da un management obsoleto.

In un contesto siffatto non può destare stupore se i Millennials cambiano lavoro! E’ l’unico modo che hanno, allo stato attuale delle cose, di poter sperare in qualche cambiamento per non vedersi dequalificati in un volgare appiattimento. Ma è anche la sconfitta della retorica associata alle virtù taumaturghe della tecnologia che avrebbe fornito soluzione ad ogni criticità e liberato tempo al lavoro.

Tutte balle sesquipedali e intanto i questi ultimi cambiano lavoro e la generazione successiva, Gen Z, cambia Paese. Che brutto film.