Cinque euro per smettere di fumare

Una proposta di legge di iniziativa popolare ha raccolto 50mila firme in quattro mesi: l’obiettivo è raddoppiare il costo di ogni prodotto a base di nicotina.

Ci sono battaglie che si combattono con i numeri prima ancora che con le leggi. Quella contro il fumo, in Italia, ha trovato la sua arma in una cifra semplice: cinque euro. Tanto costerebbe in più ogni prodotto a base di nicotina se la proposta di legge promossa da quattro grandi organizzazioni della ricerca oncologica italiana dovesse diventare realtà. Sigarette tradizionali, tabacco riscaldato, sigarette elettroniche, nessun prodotto escluso, né eccezioni.

La campagna “5 euro contro il fumo” ha tagliato il traguardo delle 50mila firme in circa quattro mesi, un risultato che le conferisce lo status di proposta di legge di iniziativa popolare e obbliga il Parlamento a metterla in discussione. Aiom, Fondazione Airc, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione Aiom, promotori dell’iniziativa, ricordano come un precedente virtuoso: la legge sull’oblio oncologico percorse lo stesso percorso e ottenne l’approvazione di entrambe le camere in tempi rapidi. L’auspicio è che questa volta vada allo stesso modo.

Il meccanismo proposto è volutamente grezzo nella sua semplicità: un’accisa fissa di cinque euro per unità di consumo, aggiuntiva rispetto a quelle già esistenti, applicata a prescindere dal prezzo finale del prodotto. Questo significa che colpisce in modo proporzionalmente molto più pesante le sigarette economiche, le stesse che finiscono nelle tasche degli adolescenti. Questo non è un dettaglio secondario.

Perché il problema più urgente, in Italia, non riguarda tanto gli adulti che fumano da trent’anni quanto i ragazzi che stanno cominciando adesso. I dati parlano di un 7,5% di studenti tra gli 11 e i 13 anni già abituati al fumo o allo svapo. Tra i 14 e i 17 anni quella percentuale schizza al 37,4. Significa che quando un ragazzo arriva alla maggiore età, in molti casi la dipendenza dalla nicotina è già consolidata da anni, indipendentemente dal fatto che arrivi da una sigaretta tradizionale o da una elettronica. Il mercato si è evoluto, i prodotti si sono moltiplicati, ma la sostanza è rimasta la stessa.

Sul fronte degli adulti, il quadro non è meno pesante. Quasi un italiano su quattro nella fascia 18-69 anni fuma regolarmente. Il fumo provoca nove tumori al polmone su dieci e metà di quelli alla vescica, oltre a un lungo catalogo di malattie cardiache e respiratorie che pesano in modo enorme sul sistema sanitario nazionale. Ed è proprio al Servizio sanitario nazionale che andrebbero i proventi dell’accisa, una stima di circa 800 milioni di euro l’anno, da reinvestire in strutture, personale e prevenzione.

L’obiezione più ovvia a una misura del genere è che si tratti di un balzello regressivo, che colpisce più duramente chi ha meno. È un’obiezione fondata, ma l’Europa ha già risposto sul campo. La Francia ha quasi raddoppiato il prezzo medio delle sigarette nell’arco di otto anni: da poco più di sette euro nel 2017 a tredici euro nel 2025. In quello stesso periodo la quota di fumatori adulti è scesa di nove punti percentuali. L’Irlanda ha seguito una traiettoria simile, con prezzi oltre i quindici euro e un calo analogo. In entrambi i casi la riduzione più marcata si è registrata proprio tra i giovani, esattamente la fascia su cui il prezzo esercita la leva più potente, perché è quella con meno reddito disponibile e meno dipendenza consolidata.

I promotori stimano che in Italia un intervento analogo potrebbe ridurre il consumo di tabacco di oltre un terzo. Non è una certezza, ma è una proiezione costruita su dati reali osservati in contesti comparabili. Il Parlamento ha adesso il testo sul tavolo. Discuterlo è un obbligo. Approvarlo, una scelta.