Non solo petrolio: il 40% della desalinizzazione mondiale avviene qui. Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein dipendono dagli impianti per oltre l’80% del fabbisogno. Già colpiti i primi siti.
Mentre i riflettori del conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti rimangono puntati sui flussi di greggio, emerge una minaccia ben più immediata per la sopravvivenza di oltre 200 milioni di persone: la “sete” del Golfo. In una regione dove l’acqua dolce è un prodotto industriale e non una risorsa naturale, i desalinizzatori sono diventati i nuovi obiettivi strategici di una guerra che punta dritto al cuore delle infrastrutture civili.
Se il petrolio è la ricchezza della regione, l’acqua desalinizzata ne è la condizione biologica minima. Un blocco prolungato degli impianti significherebbe una catastrofe umanitaria senza precedenti. I Paesi del Golfo hanno costruito imperi nel deserto basandosi quasi esclusivamente sulla trasformazione dell’acqua marina. I dati del Gulf Research Center delineano una vulnerabilità strutturale.
Il Bahrein dipende dalla desalinizzazione per il 95% del fabbisogno, il Kuwait per il 90%. L’Arabia Saudita, pur essendo il leader mondiale della produzione (3 miliardi di metri cubi l’anno), dipende dai desalinizzatori per il 79%. La regione ospita oltre 400 impianti che erogano 100 milioni di metri cubi al giorno, coprendo il 40% della produzione mondiale.
Il sistema si regge su pochi, enormi poli nevralgici. L’impianto saudita di Ras Al-Khair serve da solo 3,5 milioni di persone, mentre quello di Fujairah negli Emirati garantisce la sopravvivenza di Abu Dhabi. La loro debolezza è doppia:
- Consumo energetico: L’Arabia Saudita brucia 300mila barili di petrolio al giorno solo per far funzionare i desalinizzatori.
- Effetto domino: Trattandosi di impianti cogenerativi, un attacco alla rete elettrica spegne istantaneamente i rubinetti di intere metropoli.
La teoria degli “obiettivi sensibili” è già diventata realtà nelle ultime settimane. Le autorità del Bahrein hanno confermato il danneggiamento di un impianto a causa di un drone iraniano. Teheran accusa gli Stati Uniti di aver colpito un sito sull’isola di Qeshm, lasciando a secco trenta villaggi. Il ministro degli Esteri Abbas Aragchi ha definito queste azioni “pericolose”, segnalando che il conflitto ha superato la soglia della deterrenza militare per colpire le risorse vitali.